mercoledì 5 settembre 2007

Giovanilmente giovani e poi?

















I giovani soffrono di più per la prudenza dei vecchi, che per i propri errori.
(Luc de Vauvenargues)

In questi giorni migliaia di ragazzi si intrecceranno sulle strade d’Italia. Sono i futuri “fuori sede”, i giovani neo maturati che lasciano i propri paesi per tentare di entrare nella famigerate università a numero chiuso. Sono i ragazzi che proveranno a superare i test d’ingresso, sono i diciottenni che hanno passato gran parte dell’estate del dopo maturità a studiare e a cui va il nostro plauso, la nostra ammirazione.

In questi giorni l’Italia sarà una grande pista in cui speranze, sogni e destini si incroceranno, magari inconsapevolmente, ma lo stesso finiranno per orientare indelebilmente la vita di questi ragazzi.

Scegliere l’università, decidere di abbandonare la propria città, di iniziare una vita da soli è sempre una scelta difficile, qualcosa che comporta responsabilità. Da questa scelta spesso si decide il futuro lavorativo di una persona, ma non solo quello. E’ qualcosa che ti segna, che orienta il futuro. Spesso in questa rubrica si è parlato di giovani, di libertà, di talenti. Ma mai come all’inizio di un nuovo anno scolastico o di un semestre universitario il dibattito sulla formazione, sul futuro, sui giovani appare attuale. Parlare della scelta di una facoltà invece che un’altra, riguarda la rappresentazione di una persona, delle sue aspettative, delle sue ambizioni, ma può anche riguardare la sua essenza, quello che molti chiamano il fondamento di ogni essere umano.

La vastità delle scelte e delle opzioni, tuttavia, non sempre aiutano i giovani, troppo spesso o lasciati soli nella decisione finale o invece troppo consigliati dai genitori e quindi delle volte un po’ fuorviati. I ragazzi hanno paura, sanno che questa paura, per quasi tutti loro, presto si tramuterà in voglia di libertà, in passione per una vita nuova che ora possono solo immaginare, ma la scelta della facoltà spaventa, perché forse è la prima grande decisione da prendere.

Sanno, però, che la scuola ha fatto poco per aiutarli a fare questa scelta, sanno che avrebbero bisogno di aiuto nel momento di fare della propria scelta un’arte, come diceva Federico Fellini.

Che ci sia, ora, una crisi di valori nella nostra cultura è una constatazione talmente ovvia da non meritare di essere ripetuta, e infatti non è questo, oggi, il fulcro della conversazione. C’è una crisi di creatività, un buco nero che si allarga a macchia di leopardo a tutte le arti, dal cinema alla poesia, alla musica. Lo studio è un’arte, è l’arte più sublime, perché è quella che ci permette di capire l’arte, è quella che ci rende liberi, autonomi, indipendenti. Fare una scelta, scegliere una facoltà invece che un’altra vuol dire “fare arte”, investire in arte, in quella forma di bellezza che si avvicina all’inutile, ma che dall’inutile si separa per lungimiranza e profondità. Fare delle scelte, in ogni campo, dalla politica al proprio nucleo familiare, vuol dire assumere consapevolezza, vuol dire non aspettare il rimpianto. Oggi si sente dire che i giovani sono scoraggiati, che non hanno più speranza nel futuro, che non credono più nell’ideologia. E’ bello e forse consolante per tutti noi ricordare come i periodi di maggior splendore artistico, scientifico e filosofico in Italia e non solo, siano coincisi con momenti socialmente poco prosperi. Quali valori, infatti, si respiravano nell’Italia corrotta del XVI secolo? E quali nell’Italietta del dopoguerra? Momenti difficili per la storia dei giovani e per tutti gli italiani in genere, anni però in cui il fulgore dell’arte, del linguaggio artistico, del talento creativo raggiungeva vette inarrivabili. Pensiamo alla stagione del neorealismo o alla scultura e pittura rinascimentale, quella dei Michelangelo e dei Raffaello, per intenderci.

De Andrè diceva che “dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior”. Era Via del Campo, era il manifesto programmatico di un grande ottimista, di un poeta, di un filosofo libertario ancor prima che un cantante. Dal bello, dalle situazioni ottimali non nasce niente, è dalle difficoltà, dalle macerie, che nascono le cose più soddisfacenti, è dalla merda che si ricava il concime per far nascere i fiori. Tanti, tantissimi scrittori hanno succhiato il sangue marcio della società per dar vita ai propri capolavori e così tanti pittori e musicisti. E’ quello che accadrà ai nostri giovani, è quello che noi tutti ci dovremmo augurare. Sfortunati a nascere in una società povera per valori, certezze e dignità, i giovani vivranno in una società perfetta, però, per far divenire fiori il concime che si sentono intorno.

Aspettiamo con speranza, allora, che questi fiori sboccino nel desiderio di scenari normali, in cui parole come modernizzazione non debbano per forza far rima con degenerazione o flessibilità con precarietà, ma questo è un altro discorso, quel che è importante, invece, è dar fiducia ai giovani a partire dalle scelte universitarie, fa r sentire loro una eventuale bocciatura un piccolo ritardo, non certo un incidente di percorso o una tragedia.

Resta, quindi, forte lo spirito della canzone di De Andrè a far da colonna sonora a tutti quei ragazzi che in treno, aereo o automobile stan girando l’Italia a caccia del proprio futuro. Una canzone che parla di ostinazione, di amore, ma non di amore solo inteso nel senso fisico, un amore visto e sentito come una passione vitale, un momento di coinvolgimento complessivo che accelera il cuore e ci fa faticare a pensare. Sarebbe bello, allora, se Via del Campo fosse una specie di augurio criptato, qualcosa in codice, un messaggio per pochi, per tutti quei giovani ragazzi che hanno paura, che non vogliono sentirsi soli e che soli, invece, con il futuro di fronte non dovrebbero e non dovranno sentirsi mai.

1 commento:

sabbri ha detto...

per me è un guaio scieglere la mia facoltà o la città dove andrò a studiare...personalmente non riesco ad immaginarmi in nessun contesto lavorativo normale, so una cosa però, che vorrei viaggire molto e conosciere tanta gente interessante con cui condividere esperienze, cultura, amore. Esiste un lavoro che potrebbe dare questo?...forse il critico? la giornalista? si ma sono per me ancora professioni monche...vorrei fare l'attrice o essere utile all'ecosistema. é proprio vero che la scuola ha fatto poco per aiutarci a fare questa scelta.