sabato 22 dicembre 2007

La cattiva strada





















"Sulla cattiva strada"
Dagli amici è chiamato Bicio.
Ha un montgomey blu, dei jeans scuri, sono levi's 501, ha una sciarpa amaranto che gli abbraccia la gola e cammina da solo, con le mani in tasca ascoltando musica.
Ha un i-pod bianco. Chimes of freedom cantata da bruce Springsteen mentre attraversa la strada, prima, invece, ha ascoltato Boys don't cry dei Cure.
E' una strada pedonale che taglia praticamente in due il centro cittadino.
Passa accanto ad una aiuola di margherite, c'è tanta gente, odore di castagne.
Pensa che l'amore, come una città, abbia bisogno di incontri, di frequentazioni, di abitudini.
Ma lo stesso non riesce a capire perchè quanto più è innamorato di quella donna che non sente sua tanto più non ha voglia di parlare con nessuno.
...continua...

venerdì 21 dicembre 2007

Regalo









Quale regalo non vorreste ricevere dalla persona che amate o a cui volete più bene?

lunedì 17 dicembre 2007

Al cinema...Cronenberg





















Si parla di mafia russa in La promessa dell’assassino, il nuovo film di Cronenberg. Ma, come al solito, l’argomento di base è solo una base su cui costruire ben altro. Si parte dalla freddezza e dalla paura di un’argomento che presenta voluti stereotipi (la crudeltà e il sangue, i mafiosi interessati a donne e vendetta, addirittura la vodka) e si continua con la famiglia, il passato, l’amore e l’uomo.
E' un film molto violento, non solo nella violenza, ma anche nei sentimenti, nella fredda paura che serpeggia in alcune battute.
Vecchia come il mondo la paura è il simbolo della vita umana. Nel Rinascimento c'era chi la paragonava ad una ruota, in cui tutto si muove con moto circolare, ad eccezione del suo asse geometrico. E come ogni simbolo, anche questo vale ad innumerevoli livelli. Uno di questi riguarda da vicino l'umanità, in questo senso, che la maggior parte di essa si nutre d'instabili opinioni, ma vi è sempre in qualche modo un centro che dall'instabilità è alieno e a cui, interiorizzando, si può giungere, così come si percorresse verso l'interno uno dei tanti raggi della ruota, fino al cuore di questo sentimento.
Questo è quello che secondo me si evince dal film "La risposta dell'assassino", questo il senso di tante scene cruente che rasentano altrimenti il gratuito.
Un buon film con qualche ma, di sicuro lo spaccato di una parte della società moderna, cosmopolita e affarista, di certo il manifesto programmatico dell'animo umano che sta intorno a tutto ciò.

domenica 16 dicembre 2007

La morte bianca















Ma perché in Italia quando muore un soldato in missione, quindi mentre lavora, retribuito, assicurato e con i contributi pensionistici, in Iraq ad esempio, e tralascio la querelle se si sia trattato di guerra di occupazione o missione di pace, non è questa la sede opportuna per questo tipo di discorso, si fanno funerali di stato in diretta televisiva, e quando muore un operaio in una fabbrica o in un cantiere, magari senza contratto, senza le dovute garanzie assicurative, la cosa si smorza subito senza il dovuto clamore e la giusta indignazione?

Ritengo, e per fortuna non sono il solo a pensarla così, che non sia da paese civile dare così tanto spazio sui media, televisione in testa, a i cosiddetti “delitti alza audience”, Garlasco, Cogne, Perugia etc. etc., solo per citare gli ultimi, e passare quasi sotto silenzio le morti bianche, le morti sul lavoro, quella piaga giornaliera che affligge ora più che mai il nostro paese.

Si ricordi qualche dato: il “cancro” degli incidenti sul lavoro in Italia ha causato più morti della seconda Guerra del Golfo. Si è calcolato come dall'aprile 2003 all'aprile 2007 i militari della coalizione che hanno perso la vita sono stati 3.520, mentre, dal 2003 al 2006, nel nostro Paese i morti sul lavoro sono stati ben 5.252. Un incidente ogni 15 lavoratori, un morto ogni 8.100 lavoratori. Numeri che fanno paura, numeri che dovrebbero indignarci, che dovrebbero spaventarci.

Infortuni che costano ogni anno alla società 50 miliardi di euro. Non è un problema di leggi, no, perché le leggi ci sono, il problema è farle applicare con severità e inflessibilità.

E’ necessario intervenire con un patto per la sicurezza, intensificare i controlli ed eliminare il meccanismo appalti-subappalti, in modo che le imprese si sentano più responsabilizzate.

Non si può risparmiare sulla sicurezza e sul costo dei lavoratori, spesso scegliendo maestranze poco preparate e precarie. Così facendo si va incontro a vere e proprie stragi. Senza retorica, senza patetismo di maniera: stragi. Come si potrebbero chiamare altrimenti tutte queste morti?

Negli ultimi 30 anni, poi, per la sicurezza sul lavoro non sono stato fatti significativi passi avanti, questo non solo è triste, è molto grave.

Cosa fare allora? Per prima cosa indignarsi e questo l’abbiamo detto, poi non farsi prendere dalla rabbia e dalla violenza, come invece in qualche caso è successo.

Sarcasmo, ironia, intelligenza. Queste le armi, insieme a quelle della magistratura e della politica, per arginare questo fenomeno doloroso. Ecco perché la canzone di questa settimana è una canzone di fantasia, non è una canzone pensata in italiano, una canzone cantata da un cantante italiano. E’ la colonna sonora di un vecchio film, di un vecchissimo cartone animato, che grandi e piccoli hanno visto da 50 anni a questa parte: Biancaneve e i sette nani.

Perché questa scelta? Perché far stridere il sentimento della morte con quello di un cartone animato a lieto fine? Perché l’ironia, la satira, perché uno schiaffo a favore di vento colpisce di più, perché è più forte la ferita che non ti aspetti piuttosto che una bombarda lanciata con preavviso.

Provate a fischiettar, vedrete che il lavoro, più leggero vi sarà! Provate a canticchiar,un semplice motivo, sempre allegri vi terrà!” Dario Fo cantava qualche decennio fa “sempre allegri bisogna stare che il nostro piangere fa male al re…diventan tristi se noi piangiam…”, una canzone da cabaret, una canzone di protesta intelligente. Colpire anche con l’ironia, colpire con la satira. Non si deve piangere si deve ridere, colpire con una risata, spiazzare chi ci toglie il diritto ad essere felici può far ancora più male, può sparigliare le carte in tavola.

Chi erano, allora, i sette nani? Dei dolci minatori che aiutano Biancaneve, che la ospitano, che la accudiscono nel momento del bisogno. Cantano quando tornano dalla miniera, cantano per rallegrare la loro ospite, cantano per superare la fatica, cantano per sognare.

Cantando prenderò, la scopa e dopo un po’, invece di spazzare, di ballar con lei vi sembrerà!

De Gregori, in un’altra grande canzone sul lavoro, “La ragazza e la miniera” diceva “e per fortuna che c’è sempre qualcuno che canta e la tristezza ce la fa passare…”, la canzone, le parole miste a musica servono anche ad obliare e obliarsi di fronte ai problemi, anche di fronte alla morte.

Con la morte da sempre si acuisce il disagio sociale, il vuoto di relazione che costituisce uno dei problemi più seri della nostra società. La canzone unisce, così come la risata. Solo uniti, solo ritornando a parlare di giuste, doverose rivendicazioni si potrà dare di nuovo dignità al mondo del lavoro, anche quello fatti dai “fantasmi”, da chi garanzie troppo spesso non le ha.

Indigniamoci per le morti sul lavoro allora, rendiamo la nostra protesta intelligente in archetipo di protesta, tra realtà e simbolo, pathos e ironia. Impariamo a fischiettar, proprio come accadeva nei cortei di protesta degli anni settanta, il sublime grado zero di ogni protesta non violenta.

Non perdiamo le chiavi di un paradiso appena scoperto, fischiettiamo, facciamoci sentire.


giovedì 13 dicembre 2007

parte due...racconto di natale





















Impotente, due lavori per guadagnare bene e non sentirsi da meno rispetto agli amici, una moglie comprensibile, un figlio bellissimo che vedevo troppo poco. E poi è natale e pensare di poter essere felice non vuol dire esserlo.
Che vergogna quando capisci che le tue parole assomigliano a quelle che avrebbe detto un attore in un dramma. L’attore le avrebbe usate per comunicare uno stato d’animo folle, le mie, invece, sembravano solo qualcosa di costruito, di artificioso.
Camminai lungo la strada. Avevo freddo, mi sentivo rattrappito. In macchina mi guardai allo specchietto retrovisore. Eppure quando era piccolo c’era anche chi diceva che la malattia non sempre assumesse una qualche forma fisica.
Sarebbe stato meglio farsi un taglio o bruciarsi la pancia. Almeno quelli sarebbero stati mali visibili, sarebbero stati inequivocabilmente presenti, lì sulla superficie del mio corpo, chiunque li avrebbe potuti vedere, tutti mi avrebbero compatito. Misi in moto e mi tornò questo pensiero.
Tornai a casa e fui letteralmente assalito dagli eventi.
L’infarto che questa volta aveva colpito mio padre non gli aveva lasciato più di un minuto di agonia. Meglio così, forse non ha neanche sofferto.
Ho sofferto io però. Ero seduto sul bordo del letto. Mi sentivo vivo e castigato, era una specie di choc chimico. Aveva ragione la puttana, solo con lei riuscivo ad essere me stesso. Godevo con lei, sognavo e non appena godevo la scacciavo come fosse una bestia, come se lei mi potesse ricordare il motivo per cui ero lì con lei. La puttana, mio padre morto mentre vedeva la televisione, mio figlio, erano tutti fatti molto concreti quella sera, ma ci sono altre cose concrete che non hanno nulla a che vedere con me. Era quello che non vedevo e continuai a non vederlo neanche quando mi ritrovai a casa di fronte a mio figlio che mi guardava. C’erano due vite in quel che vivevo: una vera ed una possibile.
- Quanto mi ami? – mi chiedeva continuamente mia moglie.
- Più di qualunque cosa. – rispondevo io.
Quelle strane creature, mia moglie, mio figlio, io.
- No, non fa per me l’amore. – disse alla puttana prima di entrare in macchina.
- Io ti invidio. –rispose la prostituta.
- Sì, buon per me. –
Poi cadde il silenzio . Era come se avessi avuto la sensazione di avere un’immagine chiara di una persona, un altro io che avrebbe saputo cambiare discorso, che avrebbe detto alla puttana di non essere interessato a quel che diceva.
Era un’abitudine e non potevo certo rovinarla così. Abitudine era una definizione perfetta. Abitudine suggeriva il lento ripetersi degli eventi e non contempo anche un vizio segreto.
Trovavo e trovo ancora ridicole altre parole: paura, vergogna e persino la parola amore.
Mio padre morto, la puttana che mi aveva detto di compatirmi, mio figlio che piangeva. Ho sempre pensato che comprendere le cose mi avrebbe caricato di nuovi obblighi, nuovi sensi di colpa che si sarebbero andati ad aggiungere all’eterno senso di inadeguatezza.
Perché di questo si trattava, di un dovere, di un senso di colpa.
Inspirai con gusto evidente. Nessuno sentiva il mio senso di segretezza.
Guardai mia madre che piangeva, anche mio figlio piangeva solo che lui non sapeva ancora perché.
- Tuo padre è morto. –
- Oddio mamma. – eppure per un istante non riuscii a comprendere fino in fondo come si stesse morendo.

racconto di natale...parte uno






















Inspirai con forza. La prima volta con una puttana fu alla vigilia di natale.
Una sera molto umida, proprio come questa.
- Tu dubiti ancora di me. Ma sei benissimo che io sono l’unica persona qui di cui ti puoi fidare. Io sono l’unico che riesce ancora a parlarti con franchezza, ricordalo. Cosa pensi che siano le donne? Puttane, solamente puttane interessate ai tuoi soldi, proprio come me. –
Respiravo appena. Mi aspettavano per la cena a casa dei nonni.
In sere come queste tutti credono di essere più buoni.
Era difficile trovare l’energia per salire in macchina e tornare a casa per la cena. Non avevo neanche la forza di volontà per tirarmi su la cerniera dei pantaloni.
L’umido cerchiava di fumo la luce dei lampioni. Il giorno andava affievolendosi fino al nero e lei era ancora seduta sulla sua poltrona da dove sentiva il peso della strada che le si depositava tutt’intorno. - Ci si può alzare ed uscire dalla propria vita. Il mondo qui fuori è grande. Mio figlio ha 4 anni e forse a quest’ora starà di fronte al televisore a vedere lo spettacolo delle marionette. Puoi avere una promozione sul lavoro, puoi licenziarti e con la liquidazione prendere un treno di notte e trovarsi con 10 mila euro in contanti al centro del deserto ad ascoltare i cani che abbaiano, senza che nessuno ti cerchi, senza che nessuno nel giro di decine di migliaia si chilometri quadrati sappia veramente come ti chiami. – Le cose non andavano bene. La storia che mi piacerebbe raccontare è che io non sono arrivato tardi, non avrei potuto lo stesso far niente per mio padre. Mio padre sarebbe morto lo stesso. Per qualche motivo me lo sentivo che mio padre sarebbe morto così. Nella nostra famiglia non è la prima volta che qualcuno muore d’infarto. Mio padre era un uomo estremamente fragile, ma senza cattiveria. Cercai di ricordarmi che non dovevo provare pena per me stesso. Pensai a mia madre a dovetti soffocare un singhiozzo. Lei prese quel singhiozzo smorzato come un segno dl mio dolore, invece che del mio futuro doloroso ed io dovetti soffocare un altro singhiozzo quando idi che i suoi occhi si riempivano di lacrime.
Era una puttana, cazzo solo un sporca puttana del cazzo, eppure con due parole mi aveva tagliato fuori da tutto, mi aveva sbattuto in faccia la mia vita...

continua


martedì 11 dicembre 2007

...a proposito di factory girl e dell'età barbarica...digressioni






















C'è chi dice che Omero si fosse accecato per rimanere nel sogno e poter cantare, poter scrivere versi, c'è chi dice che delle volte si cerca il dolore volontariamente per poter provare una sorta di piacere inconscio, c'è chi addirittura fa di tutto per incasinarsi la vita anche nei piccoli dettagli di tutti i giorni, chi preferisce sognare invece di vivere... e così alla fine del cerchio siam ritornati al caso di Omero.

Detto questo mi sembra possibile parlare di due film che ho visto in questi giorni: Factory girl e l'età barbarica. Due film che mi son piaciuti, due film molto molto diversi, ma avvicinati da un comune senso di autodistruzione dei personaggi principali.
Come intrusi si muovono, come intrusi prendon parte alle vite degli altri.


Quella "sottile tendenza all'autodistruzione" e il concetto di autoimmunità, a mio avviso può offrire una chiave di lettura ai due film molto attuale nella società contemporanea.
Non appena vi è vita, vi è autodecostruzione, auto-immunizzazione, vi è la-vita-la-morte; la vita è quindi contaminata irrimediabilmente con la morte. Questa è l'arte, questi sono i sogni.
Un concetto già ampiamente espresso da Freud, che lo chiama "pulsione di morte". Di per sé, la vita ha infatti la tendenza a ritornare allo stato originario della vita inorganica: Se noi accettiamo come verità, non passibile d'eccezioni, che ogni cosa che vive muore per cause interne - tornando allo stato inorganico -, allora dovremo anche dire che 'la meta di ogni vita è la morte', e, guardando ancora più indietro, che le cose inanimate preesistevano a quelle vive. Alle pulsioni sessuali (pulsioni di vita) quindi si contrappone tale tendenza autodistruttiva chiamata "pulsione di morte".

I due film analizzano, allora, la struttura di autodistruzione nella vita-non vita come un fenomeno inserito in una struttura di autodistruzione della vita quale momento e movimento specifico di un'autodistruzione più generale di ciò che è.