
Rimorsi e tempo raccontano.
...mille parole di chiassosa bellezza...un gioco, una provocazione, una sfida, una comunicazione sì ellittica, ma più veloce e sempre in movimento. Laurea,Dottorato di ricerca, specializzazione e poi? E poi siamo pronti per giocare, per scriverci addosso, per non prenderci mai sul serio. Si parva licet!

Quando alle 7 e 30 del mattino invece di una musica rilassante la radiosveglia entra nel tuo sonno con la voce sgrammaticata di un Ministro, quando la prima immagine della giornata è la pila di pratiche che devi risolvere per il tuo capo, o forse peggio, quando i clacson della auto ti fanno credere che i mostri cattivi abbiano perso possesso del mondo sotto forma di arroganti semi-uomini, gli automobilisti, in preda alla sindrome da parcheggio, proprio allora è che ci si vorrebbe girare dall’altra parte per rimettersi a dormire, come se tutto quello fosse stato solo un sogno di pessimo gusto, uno scherzo fatto a noi stessi.
Poi però, come sapete, ci si alza lo stesso dal letto, magari per senso del dovere, magari invogliati da una carezza di chi ci sta vicino, oppure solo perché un pensiero dignitoso ci passa per la mente. In ogni caso nel mare di mediocrità che ci sta intorno riusciamo sempre a trovare una piccola boa di salvataggio sulla quale metterci in salvo e cominciare la giornata.
Detto questo e dato per buono, non sono poi così ingrato da pensare che tutto ciò non sia importante per ognuno di noi, credo che si possa, infatti, affermare che è l’ottimismo ad accompagnare ogni nostra azione, specie alle 7 e 30 di una mattina di pioggia novembrina, che ci fa credere che il domani possa essere in qualche modo meglio non solo dell’oggi, ma anche di quello che abbiamo vissuto ieri, detto questo penso, però, che si possano fare alcune piccole considerazioni.
Partiamo dall’ottimismo, dalla speranza, mi chiedo infatti se delle volte, almeno una volta ogni 4 mesi, non sia meglio farci prendere la mano dal pessimismo, tornare ad abbracciare il cuscino, riprendere sonno e rallentare il ritmo della nostra vita.
Sarebbe una forma di rivoluzione non armata, una non violenta forma di protesta che ognuno di noi indice contro se stesso e la società. Ma ve l’immaginate una giornata in cui tutti a sorpresa decidono di non svegliarsi? Sarebbe la dimostrazione che esiste ancora la felicità, quella di sentirsi liberi, senza regole, senza imposizioni, insomma la felicità di sentirsi uomini e non ingranaggi più o meno importanti di una grande macchina che forse non saremo mai in grado di guidare. Utopia? L’utopia del pessimismo felice? Forse, non posso negarlo, ma non credo che ci sia niente di male ad affidarsi ogni tanto ad una vecchia e sana manciata di utopia. Penso che molti di noi ne sentano in qualche modo la mancanza. Sono parecchie settimane che in questa rubrica parlo di felicità, di come ognuno di noi debba credere nel proprio diritto-dovere alla felicità. Se ci pensiamo la felicità, con buona pace di Albano e della sua canzone festivaliera dei primissimi anni 80, è una scoperta abbastanza recente, direi intrinsecamente legata alla scoperta della libertà. La libertà di scegliere il proprio marito o la proprie moglie senza imposizioni familiari, la libertà di votare chi ci pare, la libertà di cambiare religione, professione, persino il sesso senza che nessuno ci dica niente.
La libertà è il libero arbitrio, è pensare di non avere nessuno che ci dice cosa fare. Poiché sono dotato di libero arbitrio diceva Dante, cioè sono capace di scegliere, mi prendo la responsabilità della scelta, e ne rispondo di fronte a chi me ne chiede conto, di fronte alla mia coscienza. Questo dovrebbe essere il credo di un uomo libero, quello che Giorgio Gaber nella canzone La libertà del 1972 diceva con il termine “partecipazione”.
E se la libertà è partecipazione, la felicità è sentirsi liberi, libero come un uomo e vi assicuro che non è cosa facile. Ecco perché è da un po’ che vi parlo di libertà, perché credo che sia giusto mettersi in guardia, dirsi le cose come stanno. Forse è arrivato il tempo di chiudere i libri, di tappare gli occhi ai telefonini e di chiedersi invece come ci va, del perché aspetto che qualcosa mi cambi e della mia voglia di non partecipare alle feste e di non salutare chi non voglio salutare.
Oggi, questa sera, questa è la mia libertà. Mi lascio andare e nella mia riparata poltrona nera osservo il ritmato movimento delle mie gambe portate dall'ansia. Cosa faccia della notte, di questa notte un monumento di pensiero alla libertà non lo so, forse perché stasera non mi sento felice e vorrei che i miei eventuali lettori non si sentissero come me. Sarà il silenzio o la certezza di non dover incontrare nessuno, ma in queste ore sembra proprio che le parole non costino nulla e che si possa prenderne abbastanza per provare a darsi fiducia.
Come giudico allora la felicità se non come una fata che strega tante magiche speranze?
Eppure...eppure ho voglia di guardarmi indietro e non trovarmi più, ho voglia di tornare ai tempi del liceo, ho voglia di sapere dell'esistenza di Dio, del Dio che si rincorre nelle bugie "dei sempre", del Dio che ama le donne e applaude alla follia, del Dio che si chiama felicità.
E allora ma chi l'ha mai detto che era importante arrivare fin qua? Incappucciati dalla fretta inciampiamo in quel che vorremmo fare e diciamo di non potere, ed ogni giorno ci sembra così, inutile. Ogni giorno è un giorno in meno che avremmo potuto vivere come volevamo veramente.
Ecco perchè libertà è anche guardare il cielo e dire: “fino alla fine volerò!”senza la vergogna di essere presi in giro, è la faccia tosta di Ulisse che riabbracciata la sposa dopo anni di navigazione si prepara ad un nuovo viaggio; è l’orgoglio di Ettore che fa riaprire I battenti di Troia per morire con la spada di Achille. Felicità è cogliere la sfida di Kant quando diceva: “Diventa ciò che sei!”. Pochissimi sanno essere felici e appena di più sono coloro che sanno cosa vuol dire esserlo. Perciò che importa se per un giorno, o magari anche due, la radiosveglia si prende una pausa a favore di quella musica rilassante che allontana il ricordo della cantilena sgrammaticata di un Ministro, il pensiero di una pila di pratiche lasciate in sospeso e persino i suoni scoordinati delle auto? Giriamoci dall’altra parte! Non fosse altro per un abbraccio meritato del cuscino…

Cosa rimane dei sogni passati per errore?
Scuse corte ma belle, oppure il tenebrone accecante di una voglia che urla, che urla sempre più forte, che mente e che langue, per non diventare, controvoglia, solo complice di letto e starsene lì nel tirar a far mattina.
la luce è principio di nausea per il giorno dopo, le persiane socchiuse sono i pensieri che scelgono per me, è il ronzìo dell'aria, è la rinuncia verticale a quello che non ho.
Il sogno, tardi, da credersi vero, se non fosse per i colori che non si infiammano, per la voglia che va presto, per la ricerca e la paura.
Eccitati e vergognosi, coinvolti nel tepore impossibile di chi è stanco di giocare, nelle pieghe, confusi, tenuti a luce fioca, tra mani che improvvisano e il falso e il vero, che non posso ancora dire.
E allora confondersi e mischiarsi di baci, di furie e di scatti, di altre parole in altri amori. Voglia di cibo e di saluti caldi d'ansia per non sembrar quel che siamo, di sfolgorìo di fianchi fino a indolorirsi dall'amore.
Qui siamo nella luce cadente che si specchia, che rinuncia al mattino, che rimanda e che elude. Qui, tra mani che s'accucciano sul corpo, che graffiano e indugiano sulla gambe, tra il calore sempre più forte delle bocche, qui a sfogliare segreti abbandonati, fantasie timide ed indiscrete dietro quelle che in giorno dormono presso te.
Cosa rimane allora dei nostri sogni? Rimane la voglia che allude alla voglia, il volto in luce, il silenzio di mani che si sciolgon la chioma, la voglia di ricominciare.
Ma poi lo sappiamo, sappiamo che è tutto un sogno, tempo intrecciato, o un suono che si sente nell'inquieto "vorrei ma non posso".
Eppure ed allora che vengano questi sogni! Che mi si faccia di nuovo amare, perché la nostra adolescenza, il nostro canto, quel che noi chiamiamo amore necessita di sogni, di favole ben raccontate, che solo il nostro rifugio cieco può darci.
E allora lasciati andare, lasciati in quest'ora alla finzione di tutte queste cose, lasciati all'imprevisto eccitante e tremulo di un sogno passionale, di un palpito di vita che si perde e che si fa sognare.



Saranno pure confusi i pensieri la mattina, ma il mio oggi è piuttosto netto: "C'è qualcosa che non va, si è esagerato."
In questi giorni sono usciti i dati dell'ultimo concorso nazionale per diventare avvocato. A Bari solo il 39% dei candidati è riuscito a superare l'esame, l'anno scorso andò anche peggio, se non ricordo male la percentuale si era fermata al 37%. Questo vuol dire che quest'anno su 2700 candidati solo poco più di 1000 hanno avuto accesso alla seconda prova. Numeri significativi che, secondo me, conducono a molte possibili riflessioni, perchè comunque investono più di un settore vitale della nostra società, non solo quello della giustizia e della professione di avvocato infatti, ma quello dell'università e più in generale dell'istruzione.
"E' stata fatta una giusta selezione" potrebbero obiettare alcuni di noi, "così finalmente avremo professionisti seri e preparati" potrebbero dire altri.
Tutte frasi razionali, per carità, che non voglio nè criticare nè contestare, quel che vorrei fare, però, è cercar di vedere la vicenda da un'altra angolazione.
Mario Rossi 28 anni, laureato in giurisprudenza, due o più anni di pratica legale presso uno o più di uno studio. Otto ore al giorno di lavoro, ovviamente mai retribuito, poco considerato e mai seguito da quei professionisti che, come è più che naturale che sia, hanno altro da fare che far in qualche modo da "tutor" ai "propri" praticanti. Molte fotocopie, troppe trasferte a proprie spese, molte, troppe persone pronte a dire:
"porta pazienza, è un investimento su te stesso quello che stai facendo."
Siete riusciti allora ad immedesimarvi in questo immaginario Mario Rossi, nel personaggio del "praticante"? Non vi sforzate, avrete tempo per farlo nel proseguo dell'articolo. Pensiamo, invece, che se nella metà degli anni 70 Paolo Villaggio portava in scena il ragionier Ugo Fantozzi, impiegato nella mega ditta alle prese con mega direttori aguzzini e colleghi da commedia umana pirandelliana, ora, a distanza di 30 anni, in epoca di globalizzazione e precariato, ci rendiamo improvvisamente conto che l'orizzonte dei nostri ragazzi non è neanche più quello del Fantozzi ragionier Ugo di turno, ma quello del praticante, non solo avvocato, ma commercialista, architetto etc. etc., di quello che si sente ripetere "se vuoi stare in questo studio fai questo, questo e quest'altro, altrimenti sei libero di andare via." Siamo arrivati a rimpiangere la realtà impiegatizia alla Fantozzi, noi figli del praticantato ad libitum. Ma non è di questo che voglio parlare quest'oggi, non è del precario praticante, Mario Rossi mi scuserà se divagherò un po' in attesa di dargli comunque quel piccolo risarcimento morale che merita. Io oggi voglio parlare del falso modo di fare selezione che investe e ha schiacciato il nostro signor Rossi, uno dei non ammessi, come avrete capito, alla seconda prova di abilitazione per l'avvocatura.
Vorrei dire che una condizione è la selezione, un'altra la debolezza del sistema che si spaccia per tale. Un'altra ancora, questa molto più grave, è l'assenza di un progetto costruttivo per l'inserimento lavorativo dei giovani. Mi chiedo, infatti, che senso ha fare dura e severa selezione a 28 anni, all'atto conclusivo del proprio iter di studi e non farla passo dopo passo partendo dalla scuola dell'obbligo? In questo modo noi abbiamo trascinato il signor Rossi fino alle soglie dell'università, lo abbiamo promosso anche con voti lusinghieri, lo sappiamo tutti che le normative ministeriali spingono i professori a non bocciare, a cercare di recuperare tutti gli studenti, a gratificare anche il minimo sforzo al fine di non appesantire con le bocciature il bilancio sempre in rosso della scuola italiana. Lo abbiamo fatto iscrivere all'università, in facoltà "parcheggio", non è una mia illazione questa, ma sono i dati forniti dalle università stesse (giurisprudenza ed economia sono le facoltà con più iscritti e provenienti da formazioni scolastiche eterogenee, quindi facoltà che non attirano studenti con spiccate attitudini, come potrebbe essere per fisica, ingegneria o lettere stessa), per facilitargli la laurea gli abbiamo ridotto i programmi d'esame (con il famigerato 3+2 tutti i corsi universitari hanno visto ridurre i loro programmi di un buon 25% in media) e lo abbiamo portato a laurearsi con una votazione sempre più vicina all'eccellenza (altro dato statistico vuole che negli ultimi 20 anni il numero dei 110 e lode si è quasi raddoppiato in alcune facoltà), perchè più 110 e lode ci sono e più gli atenei acquistano matricole, più si fanno pubblicità.
Cosa abbiamo prodotto allora? Abbiamo creato una esagerazione di sistema. E se Jannacci diceva che "l'importante è esagerare", intendendo l'esagerazione un po' come il folle volo dantesco, come la voglia, il coraggio, il talento di saper andare sempre un po' oltre i propri limiti, in questo caso mi sembra, invece, che l'esagerazione conduca ad una situazione inversa, porta a frustrare fantasia, aspirazioni, sogni. Penso allora che non sia giusto portar per mano il giovane signor Rossi fino alla soglia del titolo per esercitare la professione e poi diventare tutto d'un colpo esigenti ed inflessibili nella selezione. Bisognava esserlo dalle scuole elementari, non ora, non dopo che lo si è sfruttato come manovalanza a costo zero, come "mezzo" per farsi pubblicità fra le altre università o per avere soldi dal ministero (ogni studente consente a scuole e università di avere fondi statali e quindi posti di lavoro e cattedre). Ora il signor Rossi non è preparato, nè psicologicamente nè professionalmente, ad un cambio di rotta nella propria vita. Bisognava dirgli a 17 anni che la sua strada era un'altra, non ora, non a 28 quando è già quasi vecchio per il mondo del lavoro. A cosa serve adesso? Solo a creare una sola moltitudine di eterni praticanti pronti a fare per un altro anno "il lavoro sporco" negli studi legali a moltiplicare incertezze dei giovani che poi si vanno a riflettere in ogni loro scelta, anche in quelle sociali. Perchè ormai il nostro Mario Rossi si vede come uno sconfitto e non è preparato ad affrontare quella che una sconfitta non è, ma è solo un incidente di percorso.
Con questo non dico che bisognava promuovere tutti, se la commissioni giudicatrice ha deciso di promuovere solo il 39% dei candidati avrà pure avuto i suoi buoni motivi, dico che questo è l'ennesimo tassello di un sistema che non va, di un sistema che favorisce le esagerazioni e che non tutela in questo modo nè i più deboli nè in più forti. Coraggio dunque, giovane Mario Rossi, coraggio qualunque cosa pensi. In quanto a noi, burattinai di storie e di parole, non ci resta che riflettere un po' su questa storia, sul rapporto fra la scuola ed il lavoro, sulle criticità, sulle prospettive di cambiamento e sulle esagerazioni.