sabato 9 dicembre 2006

Paolo Nutini...una piacevole scoperta

These Streets

Fresco, sbarazzino, rock quanto basta per non sconfinare troppo nel folk, "These streets" di Paolo Nutini è forse uno dei più interessanti album d'esordio degli ultimi mesi.
Uscito in Italia a fine settembre, l'album del giovanissimo scozzese di padre italiano, si è subito imposto sia attraverso i passaggi nelle radio, sia attraverso i giudizi positivi della critica italiana. Un disco pieno di richiami, di citazioni "dotte", un disco fatto di buona musica accompagnato da testi mai eccessivamente banali, quello di Nutini.
E se i Coldplay e Damien Rice sono ancora un'altra cosa per spessore, eleganze ed originalità, rispetto al più giovane esordiente, c'è da giurare che Paolo Nutini non si sia fatto scappare l'occasione per "rubare" qualcosa da questi suoi maestri. Lo si aspetterà, allora, al varco del secondo album. "Qui si parrà la sua nobilitate! Diciamo, quindi, che è un disco che si lascia ascoltare, un lavoro che alterna ballate a slanci decisamente più rock. Un disco da sentire da soli in macchina o con l'I-pod, ma anche un disco da condividere e, perché no, anche da consigliare.

Il mio migliore amico...un grande Leconte...almeno per un tempo


Il mio migliore amico (2006) **

(Mon meilleur ami)

Un film di Patrice Leconte. Con Daniel Auteuil, Dany Boom, Julie Gayet, Julie Durand, Jacques Mathou, Marie Pillet. Genere Commedia, colore, 95 minuti. Produzione Francia, 2006.



Il primo tempo bello, proprio bello, il secondo no, il secondo è stato una grande delusione. Può bastare questo commento per recensire un film o anche solo per parlarci un po' sopra?
Io dico di sì, dico che questo è un commento superficiale quanto si vuole, ma molto da "spettatore all'uscita della sala".
Patrice Leconte, autore culto per tutti queli che hanno amato "L'uomo del treno", dà vita ad una commedia a due facce, due velocità, due atmosfere. La prima quella tutta francese da commedia dell'arte, fatta di ironia sferzante, trovate grottesche e battute quanto mai azzeccate. La seconda, invece, più da film di cassetta, da stemperato film televisivo, da moderno romanzetto d'appendice con tanto di finale da libro cuore.
Mi aspettavo qualcosa di più dal binomio Leconte-Auteuil, mi sarei aspettato qualcosa di più amaro, qualcosa di meno buonista, di meno rassicurante. Peccato, peccato per c'erano tutti gli ingredienti per lasciare il segno, l'idea era buona, il soggetto parte da Moliere e arriva fino al mal di vivere Montaliano passando da Schopenauer. Cosa c'entrava, allora, quel secondo tempo così hollywoodiano? Vedetelo, comunque, almeno non è peggio delle nostre commedie in salsa rosa...almeno.



venerdì 8 dicembre 2006

Alcune considerazioni sullo stato della ricerca in Italia












Nel 2000 il Consiglio europeo aveva fissato alcuni obiettivi strategici al fine di sostenere ed incrementare l'occupazione, le riforme economiche e sociali dei paesi membri, in un contesto di un'economia e di una società che si intendeva impostare sempre più sulla conoscenza e la ricerca innovativa.
L'obiettivo della Comunità europea era quello di aumentare la propria competitività a livello mondiale puntando ad investire almeno il 3% del pil di ogni paese in ricerca.
Questo nel 2000, sei anni fa.

L'Italia ultima in Europa negli investimenti per la ricerca

Spulciando oggi i dati delle ultime due finanziarie, quella appena varata dal governo Prodi e, ancor di più, quella dell'ultimo governo Berlusconi, è possibile vedere come l'Italia, a fronte di un impegno europeo ben più corposo, investa o abbia investito in ricerca più o meno la metà di quel 3% che ci si era prefissati in sede comunitaria.
Per amore di cronaca va anche detto che nel mondo solo il Giappone e la Corea arrivano ad investire il 3% del proprio pil in innovazione e ricerca, tutte le altre nazioni, compresi gli Stati Uniti, non arrivano a superare in investimenti il 2,70% del proprio prodotto interno lordo.
Quel che però fa sì che l'Italia si ritrovi ultima in Europa in questa speciale e poco lusinghiera classifica, oltre al minor numero di investimenti rispetto a tutti gli altri partners comunitari, è la cronica assenza di una programmazione politica lungimirante, una politica moderna che veda nella ricerca, negli investimenti nella ricerca, l'unico modo per ridare slancio e fiato al made in Italy, per reinserire l'Italia, cioè, in quel circolo virtuso "investimenti-ricerca-profitto" che negli anni 60 aveva gettato le basi per il famoso boom economico.

Il mondo della ricerca italiana

Chi ha avuto la fortuna/sfortuna di vivere il mondo delle Università italiane si è reso facilmente conto che la principale fonte di ricerca attiva è costituita dal lavoro dei Dottori di ricerca (figura che in Italia, però, non ha ancora trovato la propria collocazione nè per diritti nè per statuto) e dai ricercatori. Come non lanciare più di un campanello d'allarme, allora, se, dopo aver detto che l'Italia è, in Europa, la nazione che meno investe per l'Università e la ricerca, si sottolinea anche che il nostro paese è l'ultimo per numero di Dottori di ricerca e di giovani ricercatori?
Non a caso si è usato l'aggettivo "giovani" associato ai ricercatori, perché in Italia la carriera universitaria è molto più difficile e lunga (per motivi che non saranno in questa sede ricordati, ma che sono sotto gli occhi di tutti) rispetto a tante altre nazioni. Nelle nostre Università si rimane ricercatori anche ben oltre i 45 anni, età in cui in altre nazioni si diventa Professori di prima fascia. Negli Stati Uniti e nel resto dell'Europa questo non avviene mai, in Italia, invece, è praticamente prassi consolidata: ricercatore, quindi praticamente precario, fino a 40 anni, se tutto va bene.


La fuga dei cervelli

Si parla spesso ipocritamente di fuga dei cervelli, ma mi chiedo, ovviamente retoricamente, perché un trentenne dottore di ricerca italiano non debba decidere di andare in Inghilterra, in Francia o negli Stati Uniti per lavorare, o meglio, per farsi riconoscere il proprio lavoro, quando qui da noi dovrebbe attendere anni per vedersi bandito un qualsiasi concorso?
Il problema è culturale, acuito spesso da un approccio sbagliato al problema. Manca, infatti, quel circuito virtuoso di cui si è detto in precedenza, manca una programmazione che unisca concretamente e non solo demagogicamente l'Università con il mondo dell'impresa, con il cosiddetto "mondo produttivo". Manca una vera meritocrazia, e questo è purtroppo un dato ampiamente assodato, ma manca anche la tanto pubblicizzata mobilità scientifica, manca una strategia credibile che permetta al nostro sistema scientifico di uscire da quell'ampasse che ci sta portando sempre più a perdere credibilità internazionale.


La valorizzazione dei giovani talenti

Come uscire, allora, da questa situazione? Per prima cosa puntare sui giovani talenti, investando su di loro tempo ed energie, facendoli crescere e raccogliendo negli anni i frutti di questi investimenti.
Indirizzarsi, per quel che concerne l'assegnazione dei fondi, verso criteri di valutazione in cui il riconoscimento del talento conti realmente di più dell'appartenenza a gruppi politici o a conventicole di potere tout court, e, non certo per ultimo, investire, investire sapendo che solo attraverso l'innovazione e la ricerca una nazione può dirsi realmente moderna e competitiva.
Ringiovaniamo allora la nostra mentalità oltre che i posti di potere (ah come sarebbe bello se, come avviene negli Stati Uniti, in Spagna ed in Inghilterra questo avvenisse anche e soprattutto in politica), svecchiamo le università, diamo credibilità al sistema, mettiamo fine a quel clientelismo che paralizza più o meno da sempre il nostro mondo della ricerca e vedremo che si inizierà ad attirare investimenti dai privati, che si arriverà ad attirare partners stranieri e così si riuscirà, solo così si riuscirà a competere con le altre realtà universitarie mondiali.

Quattro passi con le parole...una poesia fatta con i titoli di vecchie canzoni


Ciao ciao,
qui
nella fiera dell'est Dio è morto.
Senza una donna
e con quattro amici
rinnovo le mie emozioni aspettando Godot.

Voglio una donna
,
ma quando dissi che :" L'anno che verrà"

mi avrebbe regalato uno stranamore

stavo invano cercando un altro Egitto.

Siamo solo noi

che ci innamoriamo con il canto delle sirene,

che in via del campo sognamo una donna per amico

e che in una domenica bestiale

oscuriamo la storia

alzando bandiera bianca.

Donne
,
voi che aspirate all'isola che non c'è

e che a muso duro rinnegate una vita spericolata,

invocate una piccola stella senza cielo

quando la morte avrà
spazzato via
il tempo dell'illusione ballando sul mondo
.

Ad Itaca,
con in tasca una piccola mela

cerco un centro di gravità permanente
,
invoco Alice,

sogno Samarcanda

e canto grazie Roma.

Ti prego almeno tu

non farti cadere le braccia
,
perchè anche se non è tempo per noi,

bomba o non bomba
supereremo l'angoscia metropolitana e allora...

...e allora buonanotte fiorellino

e che i muscoli del capitano

ti proteggano in questa nera nera nave

che mi dicono che non può affondare.

La metafisica di Damien Rice


"9"
  1. 9 crimes
  2. the animals were gone
  3. elephant
  4. rootless tree
  5. dogs
  6. coconut skin
  7. me, my yoke and I
  8. grey room
  9. accidental babies
  10. sleep don't weep
La prima buona ragione per ascoltare il nuovo disco di Damien Rice, "9" è il suo lungo lavoro sul tempo della musica e della parola, che non si esaurisce nello splendido album d'esordio "O", ma che continua in queste accattivanti 10 tracce. Come ogni folksinger che si rispetti, Rice è stato segnato dalla scoperta di un'atmosfera, di una intimistica legge d'equilibrio tipica delle nuove contaminazioni fra la musica folk di matrice dylaniana e le nuove tendenze indie. Cosa vuol dire? Una cosa semplice e drammatica, che Damien Rice ha còlto la crisi di un mondo, quello del voler per forza comunicare qualcosa al maggior numero di persone possibile. Che senta, allora, di avere un tempo, e lo senta scorrere dentro di sé, ora più lento ora più veloce, nell’attesa "che lo zucchero si sciolga nel bicchiere" o che l'idea amata giunga all’appuntamento , nell’allungare o nell’abbreviare una sillaba mentre canta, deve rimanere un "problema" di pochi e per pochi. Sentire che il mondo ha un tempo, con le sue scadenze e i suoi imperativi, con le sue epoche e le sue ere. La musica non parla per epoche, ma per ere, per fasi intime ed intimistiche, è di questo che si deve parlare parlando di Damien Rice e dei suoi primi due album. Semplice. Ma tragico: perché questi due tempi, quello del mondo e quello della coscienza, non comunicano tra loro. Ed è in questa frattura che si deve compiere una scelta, è in questa strana ed inusuale intercapedine che si colloca la poetica di Damien Rice. "In questa frattura la mia coscienza precipita nell’abisso dell’alienazione, o si arresta e si liquefa come un orologio surrealista nella dimensione dello psicotico.
In questo sta il tragico dell’esistenza nei testi del cantante irlandese: nel rischio perenne dell’abisso sul cui orlo siamo tutti, nella cristallizzazione dell’anima, nelle lancette dell’orologio interiore che follemente possono ruotare all’indietro. Eppure questo rischio viene evitato, di norma. Come mai? Cos’è che ci mantiene in equilibrio su questo bordo ? Il lento scorrere della melodia, il controcanto di Lisa Hunningam, il lento schiocco del pianoforte, il violino appena accennato, la chitarra.
La parola di damien Rice non salva se stessa, ma semplicemente la si usa per provare a vedere la vita delle cose da lui raccontate come divenire, come fluire. Ecco la scoperta di Rice: il tempo del racconto in musica come intersezione problematica della coscienza nel mondo delle "cose", e del mondo nella coscienza. il piano del vivere lo scopriamo sempre più ispessito, via via che su di esso scopriamo collassare un numero sempre maggiore di tempi e di piani? E allora vorrà dire che raccontando questo piano ne dovremo aggiungere sempre un altro, sempre diverso dal precedente. L'importante sarà non fermarsi mai, vero Damien?

La scoperta in bianco e nero di una Fiorella a colori


Onda tropicale... il nuovo disco di Fiorella Mannoia.
Uscito in Italia il 20 Novembre, è un disco pieno di ombre e luci, di energie positive e forze contrarie, un lavoro ricco di raffinate musicalità a cui si affianca la solita capacità comunicativa dell'artista romana racchiusa nella sua particolarissima voce.
Niente di nuovo, verrebbe da dire, conoscendo ed apprezzando la vitalità artistica della Mannoia, eppure quest'ultimo disco segna inequivocabilmente una svolta per Fiorella Mannoia.
Si è mossa, ha dimostrato di essere artisticamente in movimento, e questo non è certo poco. Ha fatto un passo, un passo decisivo rispetto agli ultimi suoi lavori in studio. Il problema adesso è vedere se questo passo è un passo avanti o un passo indietro. La questione è: è giusto cercare sempre nuove strade anche quando queste sono rischiose oppure è sempre meglio trincerarsi dietro "quel che si sa fare'". Messa così la risposta appare scontata: meglio sperimentare, innovarsi, evolversi, che restare fedeli al proprio angolino di terra fertile. Eppure non sempre ci si può fermare a questa considerazione.
Pur riconoscendo l'elegante ricerca musicale, i ritmi "tropicalisti", quelli velosiani per intenderci, sono, infatti, elegantemente assemblati con lo spirito melodioso tipico della canzone nostrana, il disco, comunque, pecca proprio in "movimento". E' monocorde, non resta, è un disco da sottofondo, uno splendido esempio di musica da serata tranquilla in casa.
Una bella parentesi quella di Fiorella, speriamo però che i treni a vapore ritornino.
Perché dico questo?
Perché con la scelta "brasileira" la Mannoia ha fatto una scelta di anticonformismo conformista.
Un'operazione di nicchia alla moda...

Cuori...un film appena visto


Cuori (2006) *** (Da vedere)

(Coeurs)

Un film di Alain Resnais. Con Laura Morante, Pierre Arditi, Lambert Wilson, Isabelle Carré, Claude Rich, André Dussollier, Sabine Azéma. Genere Drammatico colore, 125 minuti. Produzione Francia, Italia 2006




Cuori, l'ultimo film di Alain Resnais, ha tutto per essere definito "film Francese": bello, lento, delle volte anche troppo lento, attori appropriati alla parte che svolgono, molto alcool, tutto girato in interni, tanto che potrebbe benissimo essere portato in scena, a teatro, senza dover stravolgere più di tanto la sceneggiatura originaria. Un classico film francese, insomma, uno di quei film che ti lasciano in bocca una sensazione agro-dolce, buona nell'insieme, ma che non basta a darti l'immediata voglia di rivedere il film la sera dopo averlo visto per la prima volta.
Solitudine, malintesi, rimpianti, il classico amor fou che se non si trasforma in amour à mort è solo per la pigrizia sentimentale dei personaggi...tutti ingredienti che si miscelano elegantemente in 125 minuti di dialoghi mai banali e sempre coerentemente malinconici.
Ambientato a Parigi, una Parigi riconoscibile solo attraverso i primi 40 secondi del film, una Parigi innevata come forse non si è mai vista in realtà, una Parigi che ovattata quanto onirica sembra abbracciare le vite "circolari" di tutti i personaggi, con Cuori sembra di essere di fronte ad un cinematografico ammodernamento del classico dialogo cinquecentesco: un Princeps sermonis, in questo caso non tanto un personaggio, ma un coacervo di sentimenti simboleggiati dalla neve che cade incessantemente, a fare da fulcro e tanti personaggi, mai troppo simili nè troppo diversi fra loro, che si alternano sulla scena.
Un film gradevole, un film in cui il pensiero dello spettatore non è subito orientato verso un finale prevedibile, un film mai volgare anche quando avrebbe potuto rischiare di esserlo.
E la neve che cade?
La neve serve ad attutire i passi, serve a evidenziarli e poi nasconderli, la neve è il sentimento sepre uguale e sempre diverso di ognuno di noi.