domenica 6 gennaio 2008

Il passo e l'incanto
















Di certi posti guardo soltanto il mare
il mare scuro che non si scandaglia
il mare e la terra che prima o poi ci piglia
e lascio la strada agli altri, lascio l'andare
e agli altri un parlare che non mi assomiglia

ma sono già stato qui
in qualche altro incanto
sono già stato qui
mi riconosco il passo

il passo di chi è partito per non ritornare
e si guarda i piedi e la strada bianca
la strada e i piedi che tanto il resto manca
e dietro neanche un saluto da dimenticare
dietro soltanto il cielo agli occhi e basta

e sono già stato qui
forse in qualche altro incanto
sono già stato qui
e misuravo il passo

ch'è meglio non far rumore quando si arriva
forestieri al caso di un'altra sponda
stranieri al chiuso di un'altra sponda
dal mare che ti rovescia come una deriva
dal mare severo che si pulisce l'onda

e sono venuto qui
tornando sul mio passo
sono venuto qui
a ritrovar l'incanto

l'incanto in quegli occhi neri di sabbia e sale
occhi negati alla paura e al pianto
occhi dischiusi come per me soltanto
rifugio al delirio freddo dell'attraversare
occhi che ancora mi sento accanto

ci siamo perduti qui
rubati dall'incanto
ci siamo divisi qui
e non ritrovo il passo

di certi posti guardo soltanto il mare
il mare scuro che non si scandaglia
il mare e la terra che prima o poi ci piglia
e lascio la strada agli altri, lascio l'andare
e agli altri un parlare che non mi assomiglia
questo parlare che non mi assomiglia

Gianmaria Testa e il concetto di nichilismo






















Di certi posti guardo soltanto il mare il mare scuro che non si scandaglia, il mare e la terra che prima o poi ci piglia e lascio la strada agli altri, lascio l'andare e agli altri un parlare che non mi assomiglia . Ma sono già stato qui, in qualche altro incanto, sono già stato qui, mi riconosco il passo.

Partiamo di qui allora, dal passo e dall’incanto di un andare che si oppone al parlare degli altri, che spesso, per fortuna, non ci assomiglia. Partiamo da quella sensazione di vuoto, di paura per il futuro che ci coglie, ad esempio, alla domenica sera, all’inizio di un nuovo anno, di qualcosa di nuovo, come un nuovo lavoro, un nuovo esame, un nuovo ostacolo, anche un nuovo amore. Un senso di estraneità inquietante.

Un vuoto che penetra nei nostri sentimenti, confonde i pensieri, cancella prospettive e orizzonti, fiacca l’anima, intristisce le passioni rendendole già viste. Non è perdita dei valori e non è qualcosa che riguarda solo i giovani, come troppo spesso si è detto, un po’ per comodo, un po’ per evitare il problema, riducendolo a fenomeno generazionale.

Il problema riguarda la nostra società senza grandi distinzioni.

Il filosofo greco Platone distingueva tra “le cose di lassù e quelle di giù”, un dualismo dicotomico manicheo che oggi non può esistere più.

Su questa concezione, tra l’altro, è nato anche l'annuncio cristiano che parlava di una terra promessa e di una patria ultima, il paradiso, la salvezza eterna, il riferimento certo per eccellenza. La rivoluzione copernicana prima, e quella industriale poi, hanno sconvolto tutto questo. La terra che girava intorno al sole, che a sua volta era lanciato in una corsa senza meta, la tecnica non più solo come mezzo, ma come scopo, hanno dimostrato la relatività di ogni movimento e di ogni posizione nello spazio. Per conseguenza le antiche parole che indicavano certi riferimenti fra le cose adesso assumono solamente il valore di una relazione tra le stesse cose. Ecco perché l’uomo, qualsiasi uomo, anche il più spavaldo, oggi teme il passo e l’incanto” dell’incerto.

Da qui il freddo uso della ragione e del calcolo per il raggiungimento, non di una meta, di un fine, ma di un risultato: l’arrivismo, il carrierismo, l’opportunismo.

E’ l’epoca delle passioni tristi questa, sono i “giorni pieni d’ombra, ma senza sera”, come diceva Ibsen.

Le sofferenze non sembrano avere una vera e propria origine psicologica, ma riflettono la tristezza diffusa che caratterizza la nostra società contemporanea, percorsa da un sentimento permanente di insicurezza e di precarietà. Il futuro non è più percepito come promessa, ma come minaccia. Da ciò la crisi: perché senza un’apertura al futuro l’uomo si sente in gabbia, ha paura anche del proprio passato e non vive più, sopravvive.

Ecco che si spegne ogni iniziativa, si dimenticano le energie vitali, si svuotano le speranze, dominano la demotivazione e l'impotenza. Crolla la visione ottimistica del mondo, la convinzione che la storia dell'umanità è una storia di progresso e non di salvezza.

Ch'è meglio non far rumore quando si arriva, forestieri al caso di un'altra sponda, stranieri al chiuso di un'altra sponda dal mare che ti rovescia come una deriva dal mare severo che si pulisce l'onda.” Siam passati dalla generazione x alla generazione e basta. Gente con scarsa autoconsiderazione, con sensibilità fragile, introversa, indolente, immersa nell'inerzia per eccessiva esposizione agli influssi della televisione, preoccupata soltanto di non deludere le aspettative che chissà chi ha cucito su di noi. Una “generazione tutti”, perché non è più possibile distinguere i diciottenni dai trentenni o dai quarantenni, tutti accomunati dal basso livello intellettivo ed emotivo, rannicchiati in una disperata rassegnazione.

Gianmaria Testa, un cantautore poco conosciuto in Italia, ma, come spesso succede, famosissimo all’estero ha scritto questa canzone dall’andamento deandreiano per parlare appunto di sentimenti, di paure, di voglie, di aperture che rincorrono e si lasciano aspettare.

Qui Gianmaria Testa porta avanti una sua teoria. La via d’uscita può essere il passo, è l'andare che salva se stesso, cancellando la meta, inaugurando una visione dell’uomo radicalmente diversa da quella dischiusa dalla prospettiva della meta che cancella l'andare che fino ad ora ci siam visti sbattere in faccia

E’ quanto di più sbagliato ci sia dare schemi, imporre cose non esistono più. Servirebbe una nuova pedagogia, nuove regole morali, nuovi “comandamenti”. “Non esiste più Dio e Satana”, ha detto un filosofo tedesco contemporaneo, non può esistere più lo schema di progressione che ci ha portato fino a qui. L’uomo dice sì al mondo, e non ad una sua rappresentazione tranquillizzante. L’uomo deve ritrovare l’incanto del passo, la capacità disertare le prospettive finalistiche per abitare il mondo nella casualità della sua innocenza.

Ci si saluti allora, per questa settimana. Compie un anno questa rubrica settimanale, un anno fa iniziammo con “L’anno che verrà” di Lucio Dalla, un augurio per il 2007 appena iniziato. Quest’anno ci facciamo gli auguri con una speranza: che ci si riprenda il gusto dell’accelerazione della vita, la coralità giovanile, cioè la sensazione di appartenere ad una comunità attiva, di essere fra gli altri, prima ancora che nel mondo, che ci si riprenda con orgoglio lo stupore incantato del riconoscimento da cui nasce la propria identità “attraverso quel palpito che muove migliaia di cuori che fanno un unico cuore per intonare il canto di tutto l'amore del mondo”, come diceva il poeta francese Apollinaire; per riprenderci pure l'adesione alla pienezza della vita, che è la vita stessa di ognuno di noi.

sabato 5 gennaio 2008

Fabrizio pensa






















...Bari vista dal mare di notte sembra vuota.
Sono luci che si spengono. Fabrizio De Andrè pensa.
Si spegne la luce di una casa, poi un'altra, si spegne l'intero quartiere dove lui vive, quartiere madonella. Si spegne l'intera città, poi la provincia, la regione, si spegne poco a poco tutta l'Italia e Fabrizio pensa.
L'Italia vista dal mare di notte è una linea illuminata, che diventerebbe grigia. Per effetto domino se si spegnessero tutte lel uci del pianeta l'immagine sarebbe di un enorme buco, un pozzo scuro, profondo anche se poi non ci sarebbe alcuna profondità, Fabrizio pensa. Pensa e basta. Nel suo sogno è ancora giorno. Ci pensa bene però...

venerdì 4 gennaio 2008

lo sciame dei tuoi baci



















Vorrei che a notte tu mi ricordassi, vorrei lo sciame dei tuoi baci,
il tuo gesto che mi sfiora,
vorrei tutta per me
la tua idea che mi sfianca.

martedì 1 gennaio 2008

Urbi et orbi 2007...fuochi fatui di mezzanotte


























Heidegger riusciva a distinguere tra spazio e luogo. Beato lui, Io no.
Io non ci riesco, io quest'anno non ci sono ancora riuscito.
Questo è sicuramente uno dei crucci che si addormentano con me alla fine del
2007.
Conosciuto ormai da un anno quest'anno è stato un anno vicino. Niente,
infatti, mi trattiene dal vedere i cambiamenti che ha lasciato sulla mia
vita. Un nuovo lavoro, un nuovo tatuaggio, nuovi cieli, l'altra faccia della
luna che lascio continuamente in giro. Sono rimasto a vedere fino alla fine
la televisione e non ho ancora capito come.
Non c'è spazio se non c'è luce, l'ha detto Einstein, l'ha detto Raimondo
Vianello in una puntata di Casa Vianello, l'ho capito quest'estate. Di notte
una fotografia non viene se non c'è il flash a dare luce, di giorno non si
vedono le ombre senza luce. Spaventa pensare che è solo una questione di
tempo, spaventa pensare che poco possiamo fare, che un televisore, tutto
pieno di luci è più vivo di te.
E' questa la comunicazione, questo il senso, l'orizzonte di quelli che
comunicano?
Io vorrei ancora trovare mia madre vicino al mio letto, pronta a rimboccarmi
le coperte e a spegnermi la luce prima di andare a letto. Io voglio
continuare a difendermi, ad ingoiare la chiave della mia porta.
Perchè forse non sono stato chiaro. Forse non è chiaro cosa c'entri tutto
questo con l'anno che se ne va.
Credo che tutti vivano periodi della vita in cui ci si sente stretti.Tenendo
conto poi che non ho mai amato questo giorno da forzati del divertimento,
lascio queste parole scivolare ancora più giù.
Ho voglia di giocare a pallone, ho voglia di nuove fantasie per fare
l'amore, voglia di svegliarmi senza sveglia, voglia di un nuovo Fabrizio De
Andrè, voglia di un errore che per assurdo mi trasformi in dio, voglio
essere fiero di vivere una giornata felice senza aver paura del
contrappasso.
Tutto quello che è stato quest'anno ha contribuito a queste parole, lo
riconosco, anche con una punta di vittimistico orgoglio. Quando lanci
qualcosa dal balcone, qualsiasi cosa, in quell'istante infrangi l'inerzia e
diventi forza che si oppone al movimento della terra, diventi resistenza,
opposizione a qualcosa che sai più forte di te, ma che sai che o che credi
di poter inqualche modo contrastare. Da bambino speravo che le mie bolle di
sapone non scoppiassero mai, per esempio.
Tuttavia, e vi assicuro che capire questo è stato un colpo molto duro
quest'anno come per gli anni passati (ma quando si diventa grandi è più
difficile accettare ciò) tuttavia al centro di questo movimento, di questo
volo dal terzo o dal quarto piano di un palazzo mediamente alto, l'oggetto
in volo, la resistenza, quello che abbiamo lanciato come opposizione alle
regole diventa niente, è niente. Passa in pochi istanti dalle tue mani al
niente, diventa niente, è niente. Quel niente, allora, è ciò che ti
immalinconisce, che mi toglie le forze, che mi fa stare in silenzio quando
mi aspetto altro da me stesso.

Spero che vogliate perdonare questo messaggio di auguri così poco
tradizionale. Il senso di questi auguri esiste ma non si può vedere.

...invece tenacia dell'esistenza! Quante volte innanzi di piangere veniamo
logicamente al pianto.

lunedì 31 dicembre 2007

La paura




















Abbiamo trattato il mondo come se fosse un paesino, l'abbiamo attraverso da nord a sud, l’abbiamo arredato come se fosse il soggiorno di casa. Non abbiamo avuto rispetto di niente, neanche per noi. Forti della nostra scienza, ci siamo sentiti immuni dai rischi che la natura riserva nella sua ininterrotta mutazione, che è poi la sua vita nel bene e nel male. Poi scopriamo che l'agente infettivo della mucca pazza arriva all'uomo, che quello che con una punta di superiorità classista chiamavamo “terzo mondo” si sta riversando da noi, che i paesi poveri hanno un’arma incontrollabile per spaventarci, quella della migrazione, quella della guerra dei poveri contro i ricchi, quella del terrorismo.
Niente paura, niente paura , niente paura, ci pensa la vita mi han detto così. Niente paura, niente paura niente paura, si vede la luna perfino da qui”. La paura è sempre stata l’arma migliore per frenare la vita delle persone. Ci si è impossessati di questa arma in ogni epoca e in ogni forma di governo, dalle dittature alla democrazia, passando per le monarchie. Ligabue nella sua ultima canzone ribalta questo concetto e indica uno spiraglio. Dice che non bisogna aver paura perché è la vita a decidere, perché è la vita che cambia e quale miglior augurio, allora, per un anno che inizia? La globalizzazione ha anche di questi effetti. Il pensiero unico, il pensiero dominante. E la paura è uno di questi concetti. Non solo la circolazione illimitata delle merci e del denaro, non solo la libertà di movimento degli uomini, non solo l'accessibilità a tutte le possibili informazioni, ma anche l'esposizione a tutte le paure, contro cui noi, ancora arcaici perché "localistici", non abbiamo difese. Qui le riflessioni che si impongono sono sostanzialmente due. La prima è che non abbiamo la situazione in pugno come invece abbiamo creduto per troppo tempo. Abbiamo usato, usurato la nostra vita, le nostre società. Nella vita sotterranea e segreta, gli uomini hanno sempre conosciuto un tipo di vita, perché poi non è mai stato possibile conoscere il diverso, perché il diverso era diverso, quindi negativo, quindi qualcosa che doveva far paura. Quante volte da bambini per spaventarci ci han detto: “non piangere altrimenti viene il lupo cattivo”?. La seconda riflessione è che la globalizzazione è avvenuta troppo rapidamente rispetto alle possibilità "biologiche" dell'uomo e delle società. E' solo il delirio di onnipotenza del potere che ci fa trascurare questo dato, con tutte le conseguenze che ne derivano rispetto all'imprevedibile, che della natura è il tratto caratteristico, nonostante tutte le nostre conoscenze. Eraclito diceva che «La natura ama nascondersi». Anche la società è così, per questo si serve della paura. E il suo segreto, il segreto della paura, si sottrae a quella visione semplicistica con cui noi oggi, uomini dell'età della tecnica, la disegniamo quando la riduciamo a semplice «malattia, guerra o altro». In questo sguardo miope e semplicistico abbiamo perso la giusta misura, oppure ci hanno dato occhiali da presbiti noi che al massimo siamo miopi. Il risultato? Paura, solo paura. Paura per tutto e di tutto. Ma perdere la giusta misura significa vivere lo squilibrio, vuol dire accettare il compromesso con la propria libertà, vuol dire avere paura. E per tutto ciò non solo non disponiamo di difese per il presente, ma neppure di un'etica del comportamento per il futuro. Perché le etiche che finora abbiamo creato o di cui ci siam serviti mettevano insieme solo i rapporti tra la gente, ma non si fanno carico del concetto di emozione, come la paura appunto, che tutte le etiche finora formulate concepiscono come mezzi al servizio dell'uomo, quando ormai sono diventati fini da salvaguardare, espressioni della natura dell’uomo da tutelare e da proteggere. La paura è contrappasso che riconduce l'uomo a quello stadio primitivo e dimenticato dove il pericolo era l'epidemia e il terrore era il contagio. Ci salverà la vita come dice Ligabue? Puntare sulla vita vuol dire su quegli strumenti psichici per affrontare ciò da cui ora abbiamo paura di difenderci. La paura è ora l'imprevedibilità non più dovuta all’incuria degli uomini, ma alla loro all'ignoranza.

Tira sempre un vento che non cambia niente mentre cambia tutto sembra aria di tempesta.
Senti un po' che vento forse cambia niente certo cambia tutto sembra aria bella fresca.
” Sembra che non cambi niente, ma poi qualcosa cambia, qualcosa deve cambiare, proprio come il Dio che risorge dopo essere morto, il Dio di Guccini. Basta conoscersi, basta voler decidere della propria vita, basta credere in sé. La paura si vince con l’intelligenza, con la voglia di decidere, con la forza di una risata, come diceva un poeta del secolo scorso. La paura si vince, non si può essere vinti, non più.

domenica 30 dicembre 2007

Senza volerlo























La sua occupazione principale è non farsi notare.
Fabrizio è di abitudini fisse. Entra nel letto rimboccandosi le coperte.
Quando non sa più cosa fare della sua chitarra beve birra fino a non poterne più.
Stando così le cose perchè dovrebbe sentirsi diverso da tutti gli altri?
E' dimostrato che un alcolista beve meno di un giovane che passa il sabato sera con gli amici.
E' l'inevitabile effetto yo-yo. L'alcol è qualcosa che hai già dentro, come tutto quello che non ti fa dire basta... basta svegliarlo.
Un vero sfregio della natura, pensa Fabrizio, e per un attimo pensa che quella scena l'abbia già vissuta prima, o meglio che l'abbia cantata per anni in una sua canzone...
...addio bocca di rosa, con te se ne parte la primavera...