martedì 17 luglio 2007
Ho il computer rotto
Ho preso i biglietti per Guccini...ne ho presi due...
giovedì 12 luglio 2007
Il ricordo, io lo ricordo

Quando pensiamo all’estate la prima cosa che ci viene in mente è il mare, il grande caldo, i gelati, le vacanze. Spesso poi è un sapore o un odore, come in virtù di un processo di associazione sensoriale, a riportarci indietro a ricordi vacanzieri a cui non pensavamo più da tanto tempo. E’ strano come così poco della nostra memoria più intensa sia visiva, meno di quanto noi crediamo. Una fotografia è ben poca cosa. Può catturare soltanto un momento, tra centinaia di momenti, nella vita di una persona o di un luogo. I ricordi che nascono dai sensi non visivi, invece, sono più ricchi, sono la prova che le cose che viviamo oggi sono successe davvero ieri, non sono momenti fantomatici o invenzioni frutto dell’immaginazione (il sognare ad occhi aperti, ad esempio), ma figlie del nostro stesso reale passato. Sinossi minima: il ricordo è la rivelazione del presente.
Ha un senso allora il nostro vivere? Si nasce, cresciamo, amiamo, diventiamo vecchi e un giorno, purtroppo, non ci siamo più. C’è un significato, una logica razionale in quel che abbiamo fatto, nelle vite che abbiamo incrociato nella nostra esistenza? Oppure siamo soltanto in balia di una serie infinita di piccoli grandi eventi che, incidentalmente, condizionano le nostre vite? E’ il ricordo lo snodo di tutte queste domande, il ricordo che lasciamo dietro di noi il fulcro del nostro agire.
“Sapore di sale, sapore di mare, che hai sulla pelle, che hai sulle labbra… Sapore di sale, sapore di mare, un gusto un po' amaro di cose perdute, di cose lasciate lontano da noi, dove il mondo è diverso, diverso da qui.” Raccontanto così può sembrare tutto scontato. Il mondo diverso di cui parla Paoli è quello delle sensazioni, dei sogni e dei ricordi. Anche Montale parlava di un uomo che steso sulla spiaggia osservava una donna che si faceva il bagno in un mare azzurro e calmo. E’ facile dire che il passato non conta quando pensi il contrario, questo dice il poeta e questo dice anche Gino Paoli in Sapore di sale. Andare fieri dei propri ricordi, dei ricordi di tutta una vita, anche dei propri fallimenti, è un tratto distintivo dei sognatori e quindi degli uomini. I ricordi sono meglio delle prediche, degli psichiatri e di qualsiasi altra cosa. Seduto sulla spiaggia viaggi attraverso le immagini e dimentichi il presente. A volte ti annoi e altre ti diverti, ma dimentichi sempre il presente, perché questo si è fatto avvolgere dal passato ed ha acquisito un alone speciale. Se si analizzasse a fondo l’estate, allora, vedremmo che la sua bellezza sta proprio nel suo essere insieme di ricordi passati. Il segreto è la bellezza del presente attraverso il gusto di un “già vissuto” che è accaduto. Per ricordare bene qualcosa e trarne gioia quel qualcosa deve avere quanto basta. Un po’ di meno è insufficiente, un po’ di più rovina tutto. Questo perché ricordare è un’arte simile a quella di amare. “Il tempo è nei giorni che passano pigri e lasciano in bocca il gusto del sale” Una passione che non diventa amore può riempire le giornate, ma alla fine non lascia niente, proprio come quello che accade quando crediamo di aver a che fare con dei ricordi e invece sono solo autoinganni, solo immaginazione di quello che avremmo voluto che il passato ci desse e che invece non ci ha dato. C’è gente che si accontenta e questi sono quelli che possono vivere senza compagnia, ma non senza quello che si autoconvicono sia amore. Altri morirebbero piuttosto che accettare una vita così, senza ricordi veri, senza vere passioni, senza amore. Ecco perché quando si pensa ai ricordi è un po’ come quando si parla d’amore o della propria giovinezza: le idee non sembrano avere consistenza, son come la carta velina, trasparente, fragilissima, ma tattile come poche cose al mondo. Forse è questo il motivo per cui i grandi filosofi, abituati ad avere a che fare con massimi sistemi, hanno spesso eluso l’argomento, ma non l’hanno fatto le canzoni. E infatti… per quanto stucchevole, è inevitabile che la nostra piccola vita giri intorno a qualcosa o qualcuno che ha fatto di noi degli “idioti felici”, come diceva Dostoevskij, qualcosa che ci prenda per mano e che ci dia la forza per affrontare la nostra vita: il ricordo. Ecco perché per Gino Paoli l’amore è il ricordo di una sensazione che si stampa nella memoria attraverso il gusto del sale sulle labbra. Senza paure, in questo caso la paura di non ritrovare quel sapore, quel gusto che poi altro non è che la metafora della vita, il sale della vita, senza questo non ci sono sensazioni, senza sensazioni non ci sono ricordi, ma i ricordi nelle canzoni non sempre sono astratti, sono appunto il sale sulle labbra, qualcosa di contretissimo. E se da un lato ricordare cose reali ti può persino schiacciare contro la tua stessa ombra, dall’altro senza questo rischio la vita appare vuota e remota come un buchino nell’acqua. La paura che si annida nei ricordi, paura di non poter più vivere quelle sensazioni, quei momenti, quell’amore, quella gioventù, quella paura è sangue, anche se non ci crediamo, anche se ci fa male, questa è vita. La paura di cose irreali ti rovina lo stomaco, la paura che nasce dai ricordi, invece, è stimolo. C’è la stessa differenza che vi è fra sorriso e risata. La risata chiude un ipotetico cerchio, il sorriso no, il sorriso può essere inizio e fine di qualcosa, perché presuppone finali diversi, la risata no, è solo fine di qualcosa. Lo stesso vale per il ricordo, “perché i sogni non sono spezzati quaggiù, ma zoppicano soltanto”, come dice una vecchia canzone di Tom Waits e i ricordi dell’estate sono come quelli di Natale, come quelli del primo e dell’ultimo giorno di scuola: sono il patrimonio genetico della nostra vita, non li perdi più. Non si sa mai cosa ci manca veramente finchè poi non fa molto male. E’ questo allora il senso del ricordo, della canzone di Gino Paoli, il senso di quei ricordi che ci riportano indietro per dirci come tutto era diverso, quando forse lo credevamo uguale. “E la chiamano estate”, diceva Bruno Martino, “un’estate senza te.” Non è così forse?! Perché ognuno di noi quando penso a quel “te” si dà aiuto, si trasforma in ciò che ama e che vorrebbe. Cerca solo quel sogno, quel sogno bello che lo aiuti a chiudere gli occhi e a cantare dentro di sé quel “poi torni vicino e ti lasci cadere, così nella sabbia e nelle mie braccia, e mentre ti bacio sapore di sale, sapore di mare, sapore di te” che rende tutto facile da sopportare, anche il caldo, anche l’estate, anche un’estate passata a studiare o a lavorare.
mercoledì 11 luglio 2007
Voglio essere un egoista di merda anche io

Forse è proprio questo il difficile: scindere l'illusione dalla delusione.
E allora finirà che la mia penna assomiglerà ad un rastrello nelle mani di un marmocchietto. Cerchi semplici e linee verticali, inutili quanto belle, belle da non farsi capire.
E’ già tardi, ho ancora l’odore della pizza doppia massa scamorza e speck, senza pomodoro, mangiata stasera. Stesso posto, stessa pizza, stesso tavolo, stessa plastica verdina sul tavolo.
Bari è sempre uguale, ti aspetta anche quando credi di averla dimenticata.
Non ci troverai mai niente di nuovo. Anch’io, come Bari, son sempre uguale. E’ vero, delle volte perdo la mia semplicità, delle volte si fa fatica a perdonarmi, ma, in fondo, che male c’è?
Perché poi le cose sono tre: o io ho e avrò sempre lo stesso slancio, o quel che scrivo è già una bugia o alle volte certi pensieri non mi bastano più e vorrei capire perchè non riesco a vivere nel mondo degli altri, dove tutti pensano a se stessi e basta.
Questo è quello che dovevi sapere, questa è la mia versione dei fatti.
Niente di più, niente di meno.
E allora immaginami qui, seduto, che aspetto che tutto passi, che passi un’altra volta.
E' da oggi pomeriggio che porto con me tutto questo
troppo tempo per dirtelo,
troppo poco tempo per non spedirtela più.
Chi allora che sbaglia: io che mi diverto a prendermi per il culo o tu che vigliaccheria ti comporti così?
sabato 7 luglio 2007
Una creuza de ma...una delle tante

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte. Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero. Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine. Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.
Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera
Umbre de muri muri de mainé
dunde ne vegnì duve l'è ch'ané
da 'n scitu duve a l'ûn-a a se mustra nûa
e a neutte a n'à puntou u cutellu ä gua
e a muntä l'àse gh'é restou Diu
u Diàu l'é in çë e u s'è gh'è faetu u nìu
ne sciurtìmmu da u mä pe sciugà e osse da u Dria
e a funtan-a di cumbi 'nta cä de pria
E 'nt'a cä de pria chi ghe saià
int'à cä du Dria che u nu l'è mainà
gente de Lûgan facce da mandillä
qui che du luassu preferiscian l'ä
figge de famiggia udù de bun
che ti peu ammiàle senza u gundun
E a 'ste panse veue cose ghe daià
cose da beive, cose da mangiä
frittûa de pigneu giancu de Purtufin
çervelle de bae 'nt'u meximu vin
lasagne da fiddià ai quattru tucchi
paciûgu in aegruduse de lévre de cuppi
E 'nt'a barca du vin ghe naveghiemu 'nsc'i scheuggi
emigranti du rìe cu'i cioi 'nt'i euggi
finché u matin crescià da puéilu rechéugge
frè di ganeuffeni e dè figge
bacan d'a corda marsa d'aegua e de sä
che a ne liga e a ne porta 'nte 'na creuza de mä
venerdì 6 luglio 2007
I sogni, la rabbia, la voglia di avere rabbia

Sono più di cinque mesi che scrivo per questa rubrica. Sono stati cinque mesi di parole, di dubbi, di domande che ho rivolto principalmente a me stesso e poi voi, a chi ha avuto la pazienza e la gentilezza di leggermi. Sono cinque mesi che ogni volta che inizio a scrivere un articolo penso sempre alla stessa cosa: chissà come sarà il lettore di questa settimana? Sorriderà o ghignerà di fronte alle mie parole? Qualunque sia la risposta credo che pensare ad un articolo sia comunque più complicato che scriverlo. La cosa più difficile, infatti, è staccarsi dalla realtà, altrimenti si scriverebbe sempre di problemi personali o sociali, di disoccupazione, di politica, di economia, o almeno, io scriverei quasi sempre di questo, di tutti quegli argomenti “un po’ pericolosi”, quando lo si fa dalle pagine di un quotidiano, argomenti che forse annoiano, che sicuramente spaventano e di cui, delle volte, alcuni vogliono fare a meno.
“Non e' tempo per noi e forse non lo sara' mai” diceva Ligabue, dove il “per noi” racchiude un insieme di significati, di illusioni, di convinzioni. Non è tempo per chi vuole fare di testa sua, non è tempo per chi non ha voglia di adeguarsi, per chi sogna ancora per vivere e vive per sognare. Non è tempo per noi allora diventa un grido di battaglia. L’idea di sentirsi comunque diversi, diversi senza “se” e senza “ma”, portatori di idee altre, di voglie, di speranze, persino di certezze, anche quelle negative, perché delle volte è dalla presa di coscienza di un momento brutto che si trova la voglia di ricominciare. Mi han detto che ogni tanto fare panchina serve…facciamo finta di crederci e sorridendo vediamo come finisce. Comunque non so se vi è mai capitato di sentivi diversi, specie sul lavoro, di fare delle cose con passione e voglia e vedere poi i vostri sforzi non considerati o addirittura non apprezzati o travisati. “Ci han concesso solo una vita. Soddisfatti o no qua non rimborsano
L’avete capito, no? E’ dei giovani che voglio parlare oggi, non solo dei giovani all’anagrafe, ma di tutti quelli che di giovane hanno i sogni, la rabbia, la voglia di non dover sempre dire sì. Non mi piace quando si vuol fare apparire gli adolescentidi oggi come cattivi, come semplici bulletti. I giornali sono pieni di storie di violenza a scuola, di branchi di ragazzi che spaventano le città. Di sicuro qualcosa di vero c’è, sarebbe stupido da parte mia negarlo. Ma è una fotografia sfuocata quella che si vuole dare, si vuol sbattere il mostro in prima pagina, senza capire cosa vuol dire essere giovani oggi come ieri. La gioventù è una razza indomita, che si muove in fretta, che non si può censurare, i giovani son quel tipo di persone che si lasciano dietro una scia d’ansia. Non si è giovani se non si è scontanti, non si è giovani se non si è rivoluzionari, contestatori, se non si parla di ideali, di futuro migliore. Un grande poeta del secolo scorso rimpoverava ai giovani italiani di non essere mai riusciti ad allontanarsi dalla casa dei genitori. Di aver detto troppi sì. “I giovani han smesso di essere felici perché hanno perso l’immaginazione, ma non c’è nulla di affidabile nella felicità”, questo invece lo diceva Ibsen, il grande drammaturgo scandinavo. E Ligabue? “Non e' tempo per noi che non ci adeguiamo mai. Fuori moda, fuori posto, insomma sempre fuori dai
Abbiam donne pazienti rassegnate ai nostri guai. Non e' tempo per noi e forse non lo sara'
Non
martedì 3 luglio 2007
Haiku
L'ossessione di sentirsi primi

Certe persone hanno bisogno di essere i primi, primi nel lavoro, nella scuola, altri sognano di essere i primi ed unici amanti della persona che amano. Una poetessa rinascimentale diceva che solo gli ultimi cantano vittoria in amore. Una volta invece ho letto in un libro che nessuno può essere certo di essere il primo e questo vale anche per l'ultimo.
Amo la mattina appena sveglio accendere la radio, questo mitiga la mia malinconia. Quando ti sogno lo so, lo so anche se non me lo ricordo. Me lo dice la sensazione di vuoto che ho dentro per tutta la giornata. La musica aiuta, per questo i maggiori ascolti per le radio sono di mattina.
