lunedì 25 giugno 2007

A qualcuno piace caldo
























Mamma mia, ci sono 47 gradi adesso fuori. E' la prima volta che andando in macchina sentivo fiamme entrare dal finestrino. Prorpio ora mi si doveva rompere l'aria condizionata?
Favonio, scirocco, alta pressione...tutto va al rallentatore. I riflessi, la digestione, i pensieri, le sensazioni. Devo lavorare, anzi dovrei, ma mi sa che per le prossime ore mi lascerò azzerare dal letto.
Non mi va ma devo anche uscire per fare la spesa...
Rimpiango i tepori novembrini?
Fra le cose che amo fare di più c'è giocare a pallone e fare l'amore...ma con questo caldo è possibile?

giovedì 21 giugno 2007

La notte prima degli esami di maturità











La passione non analizza mai se stessa e neppure si sa guardare allo specchio. Solo noi innamorati sappiamo qualcosa di noi stessi.

L’idea di ricominciare mi ha sempre attirato di più dell’idea di continuare. Ci sono poi giorni in cui i pensieri si urtano tra di loro. Uno si sveglia e sembra allegro, sembra sentirsi pronto ad attraversare la giornata, e invece poi si smarrisce, prende alcune risoluzioni valide quanto contraddittorie, sbanda e finisce per tornare al punto di partenza. E’ lì però, al punto di partenza, che si ha la possibilità di ricominciare.

Come la terra che si muove senza tregua su quel magma incandescente che c’è sotto di noi e non c’è verso di farla star ferma, così sono i pensieri di ognuno di noi. La tettonica delle placche, così si chiama scientificamente il moto della terra, mentre noi potremmo chiamare la tettonica dei pensieri quello slittamento continuo che ci porta un momento ad essere gioiosi e pieni di vitalità e il momento dopo scossi dal pigia pigia della malinconia. Questi sono per tanti ragazzi i giorni della “maturità”, quel momento tanto atteso quanto temuto. Il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro o dell’università. La fine di un percorso lungo, iniziato 13 anni prima con l’inizio della scuola elementare, per un ragazzo di 18/19 anni, quasi tutta una vita passata sui banchi. Ed ora? Come si arriva agli esami? Quando ci rifletto la mia vita mi sembra un tessuto coerente, anche se fatta d’ispirazioni disordinate, sensibili alla fugacità del presente e di nessunissima tenuta sul lungo periodo. Di grandi idee, di progetti fondamentali ne ho avuti tanti da quel giorno di Luglio in poi, da quando ho lasciato il mio tanto amato Liceo Orazio Flacco di Bari, ma quanti ne ho portati a termine? Forse nemmeno uno, nemmeno uno di quei sogni che non erano neanche sogni, erano necessità. Libertà, indipendenza, grandi amori, rispetto, solidarietà. Dove sono finiti? La risposta è nel vento direbbe Bob Dylan, già nel vento, in quelle folate di pensieri di un trentaduenne in corsa con la vita, di chi troppo spesso ha visto la sue più ferree risoluzioni giovanili soccombere alla prima avversità, le sue promesse più sincere sfilacciarsi alla minima occasione, le sue parole più vibranti dissolversi nella realtà. Non ci sono santi, una sola volta nella vita si hanno diciottanni e la maturità è il primo campanello d’allarme, la prima sveglia che ce lo ricorda con disarmante puntualità. E’ come se ci dicesse: “da adesso in poi non sarà più lo stesso, sei veramente maturò per affrontare questa consapevolezza?”

Maturità t’avessi preso prima” canta Venditti in Notte prima degli esami, storica canzone anni ’80, ma perché prima? Maturità potessi prenderti di nuovo, maturità potessi rimandarti all’infinito? Perché non cantare questo? Efficace e a volte persino eroico nell’istante se nella media e lunga durata si sa poi sconfitto in partenza. Questo è il senso della canzone. Perché poi se chiediamo ad uno ad uno ai nostri maturandi il senso di quest’esame tutti sapranno dare una risposta più o meno esaustiva e magari anche tracciare un quadro del proprio futuro. Anche noi ex maturandi avevamo una risposta pronta e convinta, quanti di noi però poi si son trovati a doverla riscrivere più di una volta nel corso degli anni successivi? Quanti di noi a distanza di anni sono addirittura in difficoltà nel riassumere il proprio passato?

Notte prima degli esami,…certo qualcuno te lo sei portato via. Notte di mamma e di papà col biberon in mano, notte di nonno alla finestra, ma questa notte è ancora nostra. Notte di giovani attori, di pizze fredde e di calzoni, notte di sogni, di coppe e di campioni. Notte di lacrime e preghiere.” Una magnifica rete di circostanze, ecco come oggi io vedo la maturità. Il ricordo magnifico di azioni slegate, di gioventù inattaccabile, di un corpo che rispondeva a tutto quello che gli si chiedeva. Un gioco di occasioni da prendere al volo, di ragazze sedotte, di eventi formidabili ma passeggeri e di amori troppo rumorosi per prestarsi ad una sintesi convincente.

Questo quello che sentivo nell’aria nel 1994, la mia mitica notte prima degli esami, l’anno della mia maturità, questo quello che non avrei mai pensato di rimpiangere ora, solo tredici anni dopo, lontano mille miglia da quegli ardori, da quei pianti, dalla paura per quella versione di latino che avrei tanto voluto copiare.

Certo ora sono diverso e forse mi piaccio anche un po’ di più. Ma tutto questo non è stato indolore. E’ inevitabile. Per conoscere il nuovo bisogna disfarsi del vecchio e non sempre si ha il coraggio di cambiare, di ricominciare.
La fiesta era proprio cominciata. Sarebbe durata, giorno e notte. Sarebbero continuate le danze, sarebbe continuato il bere, non sarebbe cessato il rumore. Le cose che accaddero potevano accadere solo durante una fiesta così. Alla fine tutto divenne irreale e sembrava che niente potesse avere conseguenze. Sembrava fuori luogo pensare alle conseguenze durante la fiesta. Per tutta la sua durata, avevi la sensazione, anche nei momenti di silenzio, di dover sempre urlare per farti udire. Era la stessa sensazione che provi durante un combattimento. Era una fiesta, e durò.” Questo è Hemingway, questa è la descrizione di Fiesta, questo quello che metaforicamente auguro ai maturandi di questi giorni. Grandeur o merda, niente compromessi, hanno una vita per dover dire sempre di sì. Le vie di mezzo a diciottanni fanno sentire impotenti, impauriscono, avviliscono anche chi, come noi, diciottanni non li ha più.

lunedì 18 giugno 2007

Vaffanculo ai padroni














Voglio dire qualcosa di sinistra. E se dire qualcosa di sinistra significa farla, vuol dire che mi sentirò ancora più gratificato e soddisfatto nel farla.
La sinistra perde voti perchè non fa nulla che sia di sinistra. Non parla a quelli per cui è nata, ai lavoratori. La sinistra dovrebbe parlare di lavoro prima di tutto. Marx aveva i lavoratori come riferimento, non certo le missioni umanitarie o i trust imprenditoriali. Gramsci parlava di diritti, ma diritti che partivano dalla base, dal lavoro per chi il lavoro non lo aveva o se l'aveva era sfruttamento. Oggi? Unipol, Partito democratico e liti per il leader, flirt con la confindustria...ma i lavoratori? Non credo che sia fuori moda parlare di chi non solo è precario, ma è precario del precario, o di chi veramente non avrà mai una pensione perchè i contributi non se li è mai visti versare. La legge Biagi è una porcata che ci ha riportati indietro di decine e decine di anni sul fronte dei diritti dei lavoratori. La legge Biagi è un insulto alle speranze, alla gioventù, ai trentanni.
La legge Biagi, tanto criticata dalla sinistra è ancora lì e lì resterà, perchè fa comodo anche alla sinistra, a quei traditori che perderanno sempre e se vinceranno, come è successo di pochissimo un anno fa, è solo perchè dall'altra parte c'è chi sta molto peggio.
Che schifo e che solitudine.
Hanno impoverito il sindacato, ridotto a burattino. Ci vogliono portare a contrattare il nostro futuro singolarmente per farci perdere forza, invece noi dobbiamo essere uniti, solo così potremo prenderci quella dignità lavorativa che ci spetta e debbono darcela, come un dovere. Io ho ripreso a parlare in termini di padroni e lotta sociale, non di classe, perchè non so a che classe appartengo, ma di lotta sociale perchè così la società non regge. Qualcosa dovrà succedere, è la storia che lo dice. 150 anni di capitalismo sfrenato hanno portato la società ad un bivio storico. Nessun regime economico nella storia è durato per così tanto tempo.
Forse non farò in tempo a vederlo io, ma la società cambierà, c'è troppa povertà, troppa gente che non può più andare avanti con la speranza di fregare come oggi stan fregando lui.
Sono incazzato.

domenica 17 giugno 2007

Prima della maturità...da parte di un quasi professore











Non sempre è naturale per ragazzi di 16/17 anni essere capaci di innamorarsi della letteratura. La pura sopravvivenza scolastica diventa troppo spesso un automatismo che molti non riescono ad accettare, che vivono come una diminutio rispetto a quelle che sono le loro reali aspettative di giovani bombardati di informazioni, ma forse troppo spesso poco informati. E ingaggiano così una donchisciottesca battaglia contro i limiti della loro età, della loro condizione di adolescenti, in un certo modo una battaglia contro se stessi. Ma lo scontro è perduto in partenza se li si lascia soli in questa sfida, se non li si fa capire che la letteratura non è un mondo passatista, non è una cornice impolverata, ma qualcosa di vivo, un work in progress che influisce continuamente sulle loro vite, sui loro gusti, sulle mode, qualunque esse siano.


“Noi siamo impegnati in un gioco che non possiamo vincere. E’ che alcuni fallimenti sono migliori di altri, ecco tutto”

La scuola non può continuare a non capire questo, non può crescere sulle mancanze, nessun organismo vivente lo fa, è assurdo pensare che se lo possa permettere la scuola. Ai ragazzi dobbiamo dare la possibilità di confrontarsi con il loro presente. E cosa importa se questo non coincide con il nostro. Dante, Machiavelli, Montale servono, o meglio, possono servire a seguire le ipocrisie e le autogiustificazioni che ognuno di noi continua a darsi nella vita di ogni giorno. Basta con questa immagine di scuola mitica e ancestrale, basta con il vecchio carrozzone. Ritorniamo al passato, solo così ci libereremo del vecchio. La letteratura serve a questo, deve servire a questo, a spiegare la capacità di vivere, altrimenti ha fallito, ed a questa eventualità non voglio ancora credere

mercoledì 13 giugno 2007

ma perchè non mi emoziono di fronte a certe cose?



















Cinquanta o forse sessanta anni fa, per un uomo i vent’anni erano gli anni del primo figlio, ora le cose sono leggermente cambiate. Ci si sposa più tardi, prima ci si deve “sistemare” e così il periodo del primo figlio diventa il decennio che va dai trenta ai quaranta. Cambiamento non da poco quello che ha investito noi padri o padri futuri, trasformazione che finisce per incidere nel modo in cui un non padre, un non padre come posso essere io, trentaduenne scapolo, finisce per vedere la nascita del figlio di un amico: come una non cosa, perché troppo impegnato a convivere con il proprio particolare, già “il mio” vivere è poco figuriamoci se posso dividermi con quello degli altri, non si ha più l’età per farlo, per perdere tempo con quel che non ci sta riguardando da vicinissimo e non si è ancora arrivati, invece, a vivere l’età in cui si sente il desiderio di rinascere attraverso la nascita di un altro. So che è un pensiero socialmente scorretto il mio, e anche per quel che concerne il sentimento di amicizia ammetto che in questo caso pecco molto di menefreghismo, ma ogni volta che mi annunciano la nascita di qualche figlio io rimango senza reazione, al massimo posso lasciarmi inconsapevolmente andare ad un sorriso da passaporto, ma non mi emoziono. Capisco che è un segno di difficoltà e freddezza, ma qualcuno dovrebbe spiegarmi perché dovrei essere contento. Per la nascita di un esserino indifeso, per la gioia di un mio caro amico, mi si potrebbe facilmente rispondere, perché la felicità dovrebbe nascermi spontanea. Dovrebbe nascermi. E invece purtroppo non mi viene mai. Nell’ultima settimana 3 amici hanno annunciato di essere in attesa del primo figlio ed io per vincere questo mio stato di torpore emozionale è da una settimana che ascolto almeno 2 volte al giorno Bambino io, bambino tu di Zucchero. Un ninna nanna fiabesca, una storia onirica che accomuna padre e figlio in un gioco linguistico-musicale fatto di sguardi, di silenzi, di ricordi, di voglie, di quell’occhio nero e quell’occhio blu che fanno del bambino un dolce prodotto del sogno del padre, una speranza futura, la voglia di perdersi in quel bimbo che molto probabilmente non c’è se non nel sogno, la speranza di addormentarsi e di svegliarsi bambini, magari con un occhio nero e uno blu.

Sono consapevole che il mio è un bieco atteggiamento egoistico, il modo di fare di un uomo impegnato nel lavoro, che forse predica bene e razzola male, l’atteggiamento di chi ancora crede che così come i dolori degli altri sono dolori a metà, anche le gioie degli altri sono al massimo un venticello estivo, magari refrigerante, ma mai troppo intenso da far passare la calura ferragostana che ci toglie il respiro. Perché è così che ci si sente, quando si è, come me, ingolfati dai vizi sociali della nostra epoca: egoismo, narcisismo, egocentrismo, tutti “ismi” prodotti dalla nostra familiarità con il sociale, con la società che ci ha plasmati in questo modo. Ma scusate se la società mi vuole, mi ha creato a sua immagine e somiglianza, perché la società, qualunque società, tende sempre a voler appiattire ogni individualità, ogni schiocco di originalità, per paura, per invidia, per sicurezza, se la società mi vuole figlio del mio tempo e se questo tempo è il tempo dell’individualismo sfrenato, del “prima penso a me e poi agli altri”, perché dovrei comportarmi in maniera diversa di fronte ad una nascita che non mi tange direttamente? Come ormai avrete capito da molto tempo, io faccio risalire tutto a problemi di ordine materialistico, e non so se poi questo atteggiamento critico paga ancora in termini di concretezza e realismo. Un pragmatismo storico che mi viene dai miei studi, dal mio continuo confrontarmi con la storia e con i prodotti che i cambiamenti di questa hanno significato per lo svolgersi degli eventi, dei comportamenti, del modo di vivere e pensare della gente, qualunque essa sia, dai poeti, ai contadini, ai cantanti. Tutto dipende dalla società, da come questa si impone nel nostro modo di vivere, nelle nostre abitudini, persino nel nostro modo di vedere e sentire certe cose, anche la nascita di un bambino, del bimbo di un altro. Se non mi riguarda è qualcosa che comunque presto mi passerà di mente, non andrà più di tanto a modificare la mia vita, quindi, perché agitarmi, perché? Mamma mia, che brutto che sono diventato! Dov’è finito il figlio che giocava a pallone con il padre, il nipote che si addormentava con le storie che gli raccontavano la sera? Un mostro ad immagine e somiglianza della società, il prodotto del consumismo degli affetti e dei sentimenti, ecco quel che sono diventato! Non riesco ad emozionarmi per quel che non mi riguarda o per quel che un tempo magari mi ha anche interessato, ma ormai è passato e quindi non mi riguarda più. Sono chiuso nel mio guscio, impaurito da tutto quello che non conosco, da quello che non riesco a controllare e anche le emozioni e i sentimenti appaiono come intorpiditi. Philip Roth, uno dei più grandi scrittori americani contemporanei, diceva che non si può rifare la realtà, non si può cambiare il corso degli eventi, ma si può cercare di cambiare la società e di conseguenza i suoi meccanismi, quello che regola il vivere di tutti noi. Non sempre gli scrittori, i poeti, hanno ragione e spesso danno risposte sibilline ai nostri quesiti, ma oltre alle parole di Roth che mi sembrano molto pertinenti al discorso fin qui affrontato e su come sia difficile per uno come me comportarsi in maniera differente, un verso in questi giorni mi torna spesso in mente: “Non sempre la verità della vita dà soddisfazione e, al tirar delle somme, verità e menzogna finiscono per rivelarsi la stessa cosa.” Che solitudine, che malinconia, chiudo tutto allora, ripongo carta e penna e vado a riascoltare Zucchero e la sua ninna nanna, tanto ora sì che ho veramente un occhio nero e un occhio blu.

domenica 10 giugno 2007

Adesso
























Adesso avrei voglia di non aver troppo sonno
vorrei uscire e non sentire l'umido della notte barese
vorrei mangiare l'anguria e qualche fiorone
vorrei non aver problemi di benzina
vorrei poter girare ocn la macchina e andare dove mi va
vorrei trovare una radio con buona musica
vorrei avere con me persone che mi diano chiacchiera
vorrei non dover lavorare domani
vorrei partire e mandare a cagare tante di quelle persone

I vecchi amanti

















Certo ci fu qualche tempesta
anni d'amore alla follia.
Mille volte tu dicesti basta
mille volte io me ne andai via.
Ed ogni mobile ricorda
in questa stanza senza culla
i lampi dei vecchi contrasti
non c'era più una cosa giusta
avevi perso il tuo calore
ed io la febbre di conquista.
Mio amore mio dolce meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
So tutto delle tue magie
e tu della mia intimità
sapevo delle tue bugie
tu delle mie tristi viltà.
So che hai avuto degli amanti
bisogna pur passare il tempo
bisogna pur che il corpo esulti
ma c'é voluto del talento
per riuscire ad invecchiare senza diventare adulti.
Mio amore mio dolce mio meraviglioso amore
dall'alba chiara finché il giorno muore
ti amo ancora sai ti amo.
Il tempo passa e ci scoraggia
tormenti sulla nostra via
ma dimmi c'é peggior insidia
che amarsi con monotonia.
Adesso piangi molto dopo
io mi dispero con ritardo
non abbiamo più misteri
si lascia meno fare al caso
scendiamo a patti con la terra
però é la stessa dolce guerra.
Mon amour
mon doux, mon tendre, mon merveilleux amour
de l'aube claire jusqu'à la fin du jour
je t'aime encore, tu sais, je t'ame.